Noi credevamo

femminicidio68Noi credevamo che la presa di coscienza collettiva di un evento che si ripeteva frequentemente mostrando le stesse caratteristiche: uomini che uccidono le donne; la sua caratterizzazione e nominazione come  “femminicidio”, il suo affrancamento dagli stereotipi peggiori della sociocultura patriarcale secondo la quale la donna è sempre un po’ causa del suo male e l’uomo è sempre un po’ giustificabile vuoi per lo stress, vuoi per la depressione, vuoi per raptus incontrollabili ecc. ecc….
Insomma, noi credevamo che questo auspicato processo di identificazione della realtà avrebbe portato ad un confronto che ragionasse soprattutto  sul “fenomeno” a monte, ad una discussione sulla concatenazione dei perchè: perchè molti uomini uccidono (violentano, maltrattano, stalkerizzano…) le donne? Perchè non accettano che un rapporto sentimentale possa finire? Perchè ritengono di non poter fare a meno di una donna (quella donna)? Perchè… ?
Credevamo perciò che essendo gli uomini quelli che nella maggior parte dei casi uccidono le donne, si dovesse discutere di loro, della loro educazione, di quello che pensano, di quello che desiderano, di quello che sono e credono di essere ecc. ecc.  Ma anche poi delle donne che in queste relazioni ci finiscono e talvolta ci finiscono la vita. E perciò della “educazione sentimentale” di tutt*, dei clichè, delle attribuzioni di ruolo cui tutt* siamo sottoposti, della assunzione di ruoli che ognun* di noi accetta in famiglia e nella società…
Insomma credevamo che questi tragici eventi avrebbero indotto una seria discussione sulle loro cause onde, dopo averle evidenziate, poterne evitare altri nel futuro più prossimo.
Credevamo anche che nel frattempo una maggiore sensibilità generale avrebbe indotto a smorzare i toni sessisti, a rispettare le scelte autodeterminate delle donne e soprattutto credevamo che, siccome agire a monte significa prevenire e la prevenzione è un percorso culturale piuttosto lungo, la contemporanea necessità di intervenire a valle, cioè di tamponare i danni  avrebbe portato a sostenere con tutti i mezzi possibili le donne che ritenessero di essere in difficoltà da questo punto di vista.
In parole concrete: soldi, lavoro, autonomia, indipendenza e naturalmente centri antiviolenza con risorse adeguate.
Noi credevamo anche, che tutto questo, in questo disgraziato paese, per una serie di scelte politiche ed opportunistiche, di ontologie clericofasciste non fosse possibile così come lo avremmo auspicato; ma non credevamo che potesse essere così peggio di come nell’ipotesi più pessimista, potevamo immaginare.
Il dibattito e la riflessione sono materia da talk show televisivi, teatrini e rappresentazioni in funzione di chi deve mettersi in mostra grazie all’argomento hot del momento; il fenomeno raccontato nelle fiction senza delineare vie d’uscita che non siano il compiangimento per le vittime fine a se stesso.
Scarpe rosse, rose bianche e occhi neri su volti femminili sono le iconografie del momento che congelano le donne come vittime in un presente statico, senza origine e soprattutto senza vie di uscita.
Più di qualcuno ne ha fatto un brand per vendere meglio perchè la pubblicità ha scoperto che la donna con le botte ha un certo appeal e, di più e peggio, la politica ha da tempo capito che l’emotività suscitata da queste immagini è un buon grimaldello per alzare il livello repressivo.
Lo abbiamo visto con Alemanno ed i pogrom sui rom in risposta all’uccisione di Giovanna Reggiani, lo abbiamo visto con l’ultimo decreto legislativo di questo governo che ha usato l’argomento per coprire l’inasprimento delle pene contro i NoTav e giù di lì.
Sicchè problema si aggiunge a problema, perchè, oltre a decodificare, affrontare e combattere il femminicidio e tutta la violenza collaterale, ora abbiamo anche da decodificare e contestare il decreto che grazie a questo si è costruito.
Tutto giocato sull’inasprimento delle pene, sulla carcerazione in flagranza, sulle aggravanti che discriminano una donna a seconda che sia incinta o meno, su una oscena logica premiale che riconosce il permesso di soggiorno alla clandestina, se e solo se, viene violentata.
Una aberrazione dietro l’altra, per tacere dell’irrevocabilità della querela e del procedimento d’ufficio che fanno delle donne, tutte, delle incapaci di intendere e di volere.
Male, molto male, malissimo.
Come dare a un ipovedente occhiali fatti con fondi di bottiglia. Continuerebbe a non vedere.
Abbiamo sempre pensato che la violenza nasce dall’incapacità di vedere l’altr*, di percepirl* come soggetto, pensiamo che questa ipovedenza nasce, cresce, corre con l’educazione, gli imput istituzionali, familiari e familisti che fissano ruoli gerarchicamente determinati e determinanti.
E il soggetto si trasforma ancor più in oggetto con la sua rappresentazione d’uso. La donna come packaging del prodotto, tanto per fare un banale esempio.
Insomma, quasi peggio che se non si fosse fatto niente perchè quest’ultimo dispositivo di legge che gestisce la violenza contro le donne come copertura soprattutto per inasprire la repressione  non è altro che un’operazione meschina, meschinissima che ci umilia tutte, ancora.
Oltre che allontanarci ancora di più da un possibile percorso verso la soluzione del problema.
E chi oggi plaude a questo obbrobrio giuridico è complice dell’umiliazione e del depistaggio.

 

 

Comments are closed.