Che razza di femminismo !

Febbraio 23rd, 2026 by dumbles

L’appropriazione di istanze “di genere”, da parte del “femminismo” di estrema destra è, specialmente in Francia, un dato di fatto, come dimostra il presidio organizzato il 12 febbraio, davanti all’Università di Lione, dal collettivo “femminista” Némésis, incentrato su politiche migratorie e tematiche securitarie e a margine del quale è morto il militante neofascista Quentin Deranque.

Un esempio eclatante, quello di Némésis, studiato da Charlène Calderaro in Beyond Instrumentalization: Far-Right Women’s Appropriation of Feminism in FranceOltre la strumentalizzazione: l’appropriazione del femminismo da parte delle donne di estrema destra in Francia, pubblicato su Politics & Gender 2025. Némésis, collettivo “femminista” identitario, francese, si è appropriato, nello specifico, di tematiche riguardanti l’ambito dell’etno-differenza, in chiave di separatismo culturale, nazionalista e razzista. “Etno” come concetto più accettabile rispetto al termine “razza” … alla de Benoist … per intenderci. Il focus del loro discorso, come dice Calderaro, propone una sorta di “razzializzazione del sessismo” attribuendo la violenza di genere prevalentemente ai migranti, principio fondamentale del femo-nazionalismo, che prevede la settorializzazione spinta del problema, con rifiuto altrettanto spinto dell’intersezionalità e, come unica soluzione, quella super-securitaria.

Némésis è da poco sbarcato anche in Italia; nei social, con lo slogan “a difesa delle donne contro tutte le violenze”; negli spazi culturali, per esempio, al Salone del libro di Torino e, sempre a Torino, a margine della manifestazione per Askatasuna, in solidarietà con le forze dell’ordine. Ovviamente, in Italia, come si può facilmente capire dai post e dai reel lanciati nei social da giovani donne, belle, spigliate e toste, ha connotazioni fasciste e mira alla creazione di consenso, sempre intorno a politiche securitarie-repressive. Anche in questo caso, la difesa specifica del corpo delle donne, rivendicata da queste donne, diventa un mezzo, non per un cambiamento radicale, trasformativo, ma per potenziare e legittimare un pensiero e una politica maschilista, autoritaria, razzista e patriarcale. Questo, continuando a perpetrare, per esempio, un’assimetria nella narrazione dello stupro di donne nere da parte degli uomini bianchi, occidentali; atto fatto rientrare nella normalizzazione del rapporto fra padrone e schiava (Angela Devis).

Una tendenza simile si può trovare nelle posizioni del femminismo etno-nazionalista ebraico, che esalta e celebra le soldatesse dell’IDF, che attuano il genocidio del popolo palestinese come lotta per la giustizia sessuale in opposizione alle manifestazioni di arretratezza patriarcale araba/musulmana.

Ma è veramente femminismo, questo?

Il rischio di entrismo di questi gruppi, difficilmente definibili come “femministi”, per struttura ontologica e per contraddizione politica di termini è, nei prox cortei dell’8 marzo 2026, reale! Chediamoci se il movimento avrà gli anticorpi o almeno l’attenzione per accorgersi e reagire, non solamente nei cortei, ma anche nella quotidianità in cui questa mentalità serpeggia o si esprime, usando termini e concetti tipici dell’area movimentista femminista, ma rovesciandone il senso e i significati.

Bisognerà potenziare e affinare le armi !

L’appropriazione del femminismo da parte delle donne di estrema destra in Francia 

Me-Ti

Intervista a Charlène Calderaro

Pubblichiamo in traduzione italiana l’intervista del 25 marzo 2025 a Charlène Calderaro apparsa su Reacpol (Reactionary Politics Reserach Network). 

Il colloquio trae spunto dal suo studio Beyond Instrumentalization: Far-Right Women’s Appropriation of Feminism in France (Oltre la strumentalizzazione: l’appropriazione del femminismo da parte delle donne di estrema destra in Francia), pubblicato su Politics & Gender (2025). Calderaro, soffermandosi in particolare sul caso del collettivo femminista “identitario” Némésis, indaga il fenomeno del femminismo di estrema destra e il tentativo delle sue attiviste di appropriarsi delle istanze di genere per saldarle al discorso etno-differenzialista. Tale operazione sul piano sociale permette lo sdoganamento dell’estrema destra anche a livello istituzionale e il consolidamento del consenso intorno a politiche repressive su base razziale.

***

Per i lettori che non hanno familiarità con il caso francese, potrebbe dirci qualcosa su Némésis, che ha fatto notizia di recente ed è al centro del suo lavoro di ricerca?

Némésis è un collettivo di sole donne di estrema destra fondato a Parigi nel 2019, che in seguito si è espanso nelle regioni francesi e nei paesi francofoni come il Belgio e la Svizzera. Posizionate all’interno del più ampio movimento e scuola di pensiero identitario, le attiviste del collettivo rivendicano l’etichetta di “femministe identitarie”, una posizione insolita nell’estrema destra. Il collettivo ha inizialmente guadagnato popolarità attraverso i social media, prima di raggiungere una maggiore visibilità a livello nazionale, in parte grazie alla sua presidente, Alice Cordier, ospite assidua delle reti televisive di proprietà del magnate dell’estrema destra Vincent Bolloré, spesso definito l’impero Bolloré.

Il nucleo del loro discorso ruota attorno alla razzializzazione del sessismo, attraverso la quale attribuiscono la violenza di genere principalmente ai migranti e agli uomini provenienti da contesti razziali minoritari – un principio fondamentale del femonazionalismo. Némésis è quindi l’esempio più calzante di come il femonazionalismo vada oltre i discorsi dei partiti di estrema destra e sia attivamente messo in atto sul campo attraverso le pratiche dei movimenti sociali, guidati dalle giovani donne stesse.

La loro agenda ideologica è profondamente radicata nell’etno-differenzialismo, un concetto chiave della Nuova Destra francese degli anni ’70, che afferma la differenza essenziale e immutabile tra i gruppi etnico-culturali. Questo passaggio dal razzismo biologico al razzismo culturale permette loro di inquadrare la parità di genere come una divisione intrinseca tra gruppi culturali, rafforzando le narrazioni escludenti. Ciò che mi ha colpito inizialmente nella loro mobilitazione è stata l’attenzione rivolta alle molestie di strada, una causa inizialmente sostenuta dalle attiviste femministe e tema centrale del mio lavoro sul campo all’epoca. Ciò evidenzia un modello più ampio di appropriazione dei temi e delle idee femministe da parte degli attori di estrema destra per alimentare politiche reazionarie.

Una conclusione fondamentale della tua ricerca è che gli attivisti di estrema destra che hai studiato differiscono dal tradizionale antifemminismo che ci si aspetta tipicamente in questi ambienti. Potresti dirci qualcosa di più sul concetto di appropriazione che hai sviluppato e sul perché è importante?

Invece di rifiutare apertamente il femminismo, come è sempre stato il caso dell’estrema destra, le attiviste adottano in modo selettivo temi femministi, in particolare quelli relativi alla violenza di genere e alla sicurezza delle donne, rimodellandoli per adattarli alle loro agende escludenti di estrema destra. Analizzo questo processo come un’appropriazione del femminismo, che comporta un’adozione selettiva delle lotte e delle idee femministe e la loro successiva trasformazione per allinearle alle agende di estrema destra. L’obiettivo più ampio è quello di ricollocare il femminismo nell’estrema destra.

Questa prospettiva va oltre la tesi della strumentalizzazione, spesso avanzata per analizzare il crescente impegno dell’estrema destra sulle questioni di genere, e tende a interpretarlo esclusivamente come una mossa strategica per apparire più liberale e ottenere legittimità mainstream. Sebbene questa lente catturi dinamiche importanti, spesso enfatizza eccessivamente i motivi strategici a scapito dell’esame dei meccanismi attraverso i quali gli attori di estrema destra utilizzano e integrano il discorso di genere nella loro agenda politica. Credo che essa trascuri anche l’eterogeneità della politica dell’estrema destra: mentre alcuni segmenti si impegnano in un discorso esplicitamente antifemminista, altri fondono idee femministe con posizioni etno-differenzialiste. In quanto tale, la strumentalizzazione offre una spiegazione unidimensionale a un fenomeno complesso, oscurando le più profonde riconfigurazioni ideologiche che possono essere in gioco intorno al genere all’interno dell’estrema destra. Concettualizzando questo processo come appropriazione piuttosto che come mera strumentalizzazione, il mio obiettivo era quello di evidenziare il più ampio progetto politico di questo segmento dell’estrema destra. Sebbene queste giovani donne utilizzino effettivamente cornici antifemministe e strumentalizzino le lotte femministe, esse sono anche impegnate in una lotta sui confini del progetto femminista, rivendicando un “femminismo di estrema destra”.

È importante sottolineare che analizzare questo processo attraverso la lente dell’appropriazione consente una prospettiva più ampia che non isola il discorso dell’estrema destra dalle dinamiche politiche più generali. Ciò deriva anche dalla mia osservazione che questi attivisti di estrema destra sono riusciti ad appropriarsi del femminismo attraverso l’appropriazione di una questione femminista specifica e controversa: le molestie di strada. Nel contesto francese, le molestie di strada sono state discusse pubblicamente nell’ambito della legge di criminalizzazione del 2018, con i responsabili politici che hanno utilizzato un discorso razzista, attribuendo la responsabilità delle molestie di strada ai giovani uomini razzisti che vivono nei quartieri popolari. Affinché l’estrema destra potesse appropriarsi efficacemente di questa questione, era necessario che essa fosse prima oggetto di contesa tra le attiviste femministe, che inizialmente l’avevano sostenuta, e i politici, che ne avevano promosso la criminalizzazione. Questa appropriazione si è quindi basata su un contesto più ampio di opportunità discorsive e politiche, modellato sia dall’elevata rilevanza delle molestie di strada sia dalla loro inquadratura razzializzata da parte degli attori politici mainstream.

Al centro di questo nuovo approccio c’è il rifiuto dell’intersezionalità. Perché questo potrebbe essere considerato cruciale nel processo di appropriazione del femminismo?

Il rifiuto dell’intersezionalità da parte di queste donne di estrema destra è una parte fondamentale della loro appropriazione del femminismo: rifiutano i movimenti femministi contemporanei, in particolare quelli che abbracciano l’intersezionalità, mentre allo stesso tempo adottano e rimodellano il concetto stesso di femminismo. Questo rifiuto dell’intersezionalità è un aspetto cruciale del processo di mainstreaming, poiché gli attacchi all’intersezionalità non sono esclusivi dell’estrema destra, ma si estendono a uno spettro più ampio di attori politici, in particolare all’interno dell’ondata reazionaria “anti-wokismo” che si sta diffondendo in Europa. In Francia, l’intersezionalità e la teoria critica della razza – che solo di recente hanno fatto il loro ingresso nel mondo accademico francese – hanno subito severe critiche e attacchi, anche da parte di membri del governo sotto la presidenza di Macron. Ciò è esemplificato al meglio dal panico morale intorno al cosiddetto “islamo-gauchisme” nel 2020, alimentato in parte dai funzionari governativi. Quando gli attivisti di estrema destra, in particolare le donne, si allineano a queste critiche sulla base di una retorica simile, si normalizzano ulteriormente, facendo sì che il loro discorso risuoni con posizioni più “mainstream” (che sono più profondamente radicate in una lunga tradizione repubblicana che non fa distinzioni di colore).

Un meccanismo molto simile si è verificato intorno alla questione delle molestie di strada. Per appropriarsi di questa causa femminista, le attiviste di Némésis non solo hanno rifiutato la prospettiva femminista sulla violenza di genere – che evidenzia le disuguaglianze strutturali di genere – ma hanno anche fatto eco alle cornici territorializzate e razzializzate già utilizzate dai responsabili politici in materia di molestie di strada. In questo modo, non solo hanno controbattuto il discorso femminista, ma hanno anche sfruttato strategicamente le cornici preesistenti utilizzate dagli attori politici mainstream. Questo allineamento ha conferito maggiore legittimità alla loro retorica, poiché era in sintonia con le narrazioni più dominanti relative alla nazione, alla cultura e all’identità.

Questa dinamica è significativa anche per il ruolo degli attori politici tradizionali nel processo di appropriazione dell’estrema destra, in particolare per quanto riguarda la questione di genere. Inquadrando alcune questioni femministe in modo razzializzato, i responsabili politici e le “femocratiche” aprono opportunità discorsive e politiche all’estrema destra per posizionarsi come non estrema, rafforzando al contempo politiche di esclusione con il pretesto delle preoccupazioni tradizionali relative alla sicurezza delle donne. Il ruolo degli attori politici mainstream nell’attuale intensificazione del femonazionalismo in Francia è ben illustrato anche dalle recenti dichiarazioni dell’attuale ministro dell’Interno, Bruno Retailleau, che ha elogiato Némésis e sostenuto la loro partecipazione alla tradizionale marcia femminista dell’8 marzo, appoggiando la narrativa del collettivo contro le femministe.

Il coinvolgimento degli attori di estrema destra è stato discusso a lungo nella nostra serie di incontri sull’etica della ricerca sull’estrema destra. Potrebbe raccontarci le sfide che ha affrontato nelle sue interviste e darci qualche consiglio per i ricercatori che stanno valutando questo approccio?

Il mio lavoro sul campo con queste attiviste di estrema destra faceva parte di un più ampio progetto di ricerca per il mio dottorato di ricerca, che coinvolgeva anche politici, attiviste femministe e gruppi di uomini di estrema destra. Il mio obiettivo era analizzare come questi attori convergessero sul tema delle molestie di strada, come la questione circolasse tra loro e come fosse stata gradualmente riformulata per adattarsi alle agende politiche di estrema destra. Una sfida fondamentale era quella di destreggiarsi tra questi diversi attori politici, il che richiedeva continui aggiustamenti di posizione e un notevole sforzo emotivo. Una parte consistente del mio lavoro sul campo con gli attivisti di estrema destra si è svolta durante la pandemia di Covid-19 (tramite Zoom), il che, in un certo senso, ha contribuito a mantenere una certa distanza dai partecipanti. Sebbene alcuni di loro fossero inizialmente diffidenti nel rispondere alle mie domande, la maggior parte ha visto le interviste come un’opportunità per ottenere visibilità, spesso equiparando le attività di ricerca al giornalismo. Il mio status di studiosa all’epoca sembrava favorire la fiducia – un’osservazione già notata da altri studiosi dell’estrema destra – insieme ad altri fattori, come il fatto di essere bianca, che indubbiamente facilita l’accesso.

L’aspetto più difficile è stato il lavoro emotivo richiesto a una sociologa che si occupa dei cosiddetti movimenti “sporchi”, per riprendere il concetto di Tarrow1. Sebbene inizialmente pensassi che le interviste con queste giovani donne di estrema destra sarebbero state molto più facili di quelle con i loro omologhi maschi, mi sono presto resa conto che non era così. Il confronto con giovani donne che mostravano nuove forme di autoidentificazione sia identitaria che femminista e che stavano attivamente elaborando un progetto di femminismo di estrema destra è stato particolarmente inquietante. Se già difficile durante le interviste – e nei momenti successivi – è diventato particolarmente opprimente durante la mia etnografia digitale a lungo termine, in cui ho seguito quotidianamente le loro attività sui social media.

Il mio consiglio, soprattutto agli studenti di dottorato, è quello di sfruttare il loro status di studiosi e sottolineare la dimensione di esercizio del loro lavoro di dottorato per negoziare l’accesso. Soprattutto, è essenziale dare priorità alla salute mentale quando si svolge un lavoro di ricerca qualitativa sul campo con l’estrema destra. Prima di iniziare il lavoro sul campo basato su interviste, è fondamentale essere mentalmente preparati al disagio e allo stress emotivo. Per chi si occupa di etnografia digitale, fare pause regolari e stabilire limiti chiari al tempo dedicato ai contenuti di estrema destra è fondamentale per evitare il burnout. Consiglio vivamente anche di costruire una rete di supporto, o almeno di entrare in contatto con alcuni colleghi che lavorano su argomenti altrettanto impegnativi legati alla politica reazionaria. Personalmente, ho cercato di evitare di sovraccaricare il mio ambiente personale con i discorsi razzisti che ho incontrato, prestando attenzione a quanto rivelavo quando parlavo del mio lavoro. In questo contesto, le conversazioni con i colleghi che fanno ricerca sull’estrema destra sono diventate una fonte essenziale di sostegno emotivo, uno spazio per elaborare, condividere e riflettere sulle nostre rispettive esperienze di ricerca sul campo. Avere questo tipo di spazio e solidarietà fa davvero la differenza.

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Charlène Calderaro è ricercatrice post-dottorato in Sociologia, specializzata in femminismo, genere e politica di estrema destra, nonché membro della RPRN. La sua tesi di dottorato, recentemente discussa, esplora l’appropriazione del femminismo da parte dell’estrema destra, concentrandosi sulla criminalizzazione delle molestie di strada in Gran Bretagna e Francia. L’autrice esamina come questa causa, inizialmente sostenuta dalle femministe, sia stata riformulata e appropriata dagli attori di estrema destra nel contesto francese. Attraverso interviste e osservazioni, la sua ricerca comparativa mette in luce come gli attori politici mainstream possano facilitare tali appropriazioni, alimentando la normalizzazione dell’estrema destra.

  1. L’espressione ugly movement di Sidney Tarrow si riferisce ai movimenti sociali, spesso di estrema destra, caratterizzati da programmi estremisti, xenofobi, nazionalisti o antidemocratici e che spesso ricorrono a pratiche escludenti e violente. ↩︎

Parlami terra, fammi sentire la tua voce.

Febbraio 22nd, 2026 by dumbles

Bellissimo pomeriggio. Grazie Paola e Andrea.

LOCALE/GLOBALE/TEORIA/PRATICA

Domenica 15 febbraio, presso lo Spazio Sociale Tai Gjai, abbiamo fatto una chiacchierata con i nostri orticoltori bio di fiducia, con cui collaboraiamo, da oltre 10 anni, nella distribuzione dei loro buonissimi ortaggi; una riflessione sull’andamento dell’annata agraria 2025, nei campi della Bassa Friulana, in tempi di cambiamento climatico, politica ambientale disastrosa o inesistente e aumentata “pigrizia sociale”. TAIKEI TAI GJAI

Ansahman – Senza confini

Febbraio 17th, 2026 by dumbles

Omaggio alla tradizione musicale armena

Anna Garano / chitarra flamenca e Anais Tekerian / voce

Durante la serata proposte musicali di dj.louise

Spazio Sociale Tai Gjai – San Giorgio di Nogare – 21 marzo 2026 – dalle h. 21.00

Ansahman – Senza Confini

Febbraio 17th, 2026 by dumbles

Spazio Sociale Tai Gjai – San Giorgio di Nogare – dalle h. 21.00

Omaggio alla tradizione musicale armena

Art vital / Manifesto / Marina Abramovic / Ulay

Gennaio 1st, 2026 by dumbles

1976

Buon 2026

No racism

Dicembre 10th, 2025 by dumbles

Vorrei accennare a un fatto accaduto la scorsa settimana a San Giorgio, un episodio che mi ha profondamente disgustata e che ci deve far riflettere. Un’azione punitiva contro un uomo attualmente senza dimora, una persona con evidenti problemi, ma comunque un uomo.

Quest’aggressione, organizzata nella notte, ha coinvolto almeno dieci persone e ha avuto modalità che ricordano lo squadrismo. Di fronte a tutto questo non possiamo tacere. Non possiamo ignorare un gesto così disumano, che rivela il degrado che sta corrodendo la nostra umanità …

Immagina un mondo in cui la tua arte ha il potere di ispirare il cambiamento sociale. Sono Stefania, in arte LaDuPont: illustratrice, viaggiatrice, graphic designer e visual storyteller. La mia ricerca artistica nasce dalla profonda convinzione che la creatività sia il linguaggio non verbale più potente e universale, capace di abbattere barriere sociali, superare confini, raccontare storie e trasformare concetti complessi in messaggi accessibili a un pubblico più ampio. Un mezzo per generare consapevolezza, ispirare cambiamento e costruire connessioni autentiche …

Blind Spot: Anna Garano – Alessandro Fogar

Novembre 4th, 2025 by dumbles

Sabato 29 novembre 2025, San Giorgio di Nogaro (UD), Località Galli, h. 21.00. Vi aspettiamo!

https://www.facebook.com/events/1498651538086662/?active_tab=discussion

Free Palestine !!!

Settembre 24th, 2025 by dumbles

Braidotti, sei sicura?

Agosto 31st, 2025 by dumbles

Agnes Denes, Lower Manhattan, Wheatfield a confrontation,1982 1

Abbiamo conosciuto Rosi Braidotti a metà degli anni ’90, ai tempi di Sogetto Nomade 2 … Udine, Padova, Bologna.

Leggendo l’intervento di Rosy Braidotti sul Messaggero Veneto di sabato 30 agosto 2025, si evince che le sue dichiarazioni sono il risultato di una chiacchierata con quell’abile mstificatore di Giorgio Mattassi; dichiarazioni che non prendono in considerazione l’appello internazionale di oltre 800 scienziat* e  ricercat* impegnat* a trovare alternative diverse dalla costuzione della diga tra Dignano e Spilimbergo, che devasterebbe il territorio, senza risolvere i rischi a Valle, nella sua terra natia: Latisana. I comitati hanno lavorato in modo serio, approfondito e articolato, informando la popolazione attraverso molte iniziative pubbliche e collaborando con specialist*, che hanno partecipato anche a tavoli tecnici, dando il loro contributo per trovare alternative, che fossero in linea anche con le normative europee di rinaturalizzazione dei fiumi. L’ultima iniziativa si è svolta a luglio di quest’anno a San Giorgio di Nogaro, con il prof. Surian, preside del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova; relazione/assemblea che, sicuramente, non ha avuto un taglio new age, pagano o di ecologia profonda, ma ha posto in chiaro le criticità di coesistenza tra sapiens, corpo idrico, ecosistema, logiche di potere, interesse economico, capitalismo e sfruttamento incondizionato delle risorse naturali. I comitati non hanno mai negato che la pericolosità idraulica, a valle del fiume Tagliamento, fosse fortemente connessa con l’antropizzazione, non solo a monte; ricordiamo la forte espansione urbanistica tra Latisana e Lignano negli ultimi sessant’anni. Chiediamo a Braidotti se è a conoscenza del progetto di un ponte ad unica campata, fermo da anni, tra Latisana e San Michele al Tagliamento e della scelta, unicamente politica, di ridurre la portata del canale scolmatore Cavrato. Forse potrebbe illuminarci sul perchè, un intervento così importante di riduzione della pericolosità idraulica, è ancora fermo. Fin dall’inizio di questa ultima mobilitazione, i comitati hanno cercato di unire le comunità rivierasche del Tagliamento, perchè un’opera come la diga, prevista dalla Delibera 530 del 04/24, danneggerebbe irrimediabilmente la connettività idraulica (andando a compromettere anche le acque di risorgiva) e sarebbe a vantaggio esclusivamente di politici e imprenditori del cemento, senza garantire la tanto reclamata sicurezza idraulica nel basso corso. 

I comitati sono costituiti da molte donne, che si impegnano su questioni reali e concrete.  

Dagli anni 80, collettivi libertari, di ecologia sociale ed ecofemministi sono stati protagonisti di innumerevoli lotte ambientali e sociali nel territorio friulano (l’elenco è davvero lungo …) e se la Bassa conserva ancora una connessione tra l’umano e l’ ambiente è proprio grazie all’efficacia di queste lotte e al pensiero che le ha accompagnate. Questo pensiero si è evoluto anche attraverso il contributo fondamentale e anticipatore della nostra compagna biologa Marinella Bragagnini, che ha saputo individuare nell’ecofemminismo un’importante svolta del femminismo storico. 
Il richiamo all’ecologia sociale è particolarmente irritante,  per noi, che abbiamo avuto come riferimento teorico-politico il pensiero del militante anarchico Murray Bookchin (Braidotti lo conosce?), che è stato ospite nelle nostre sedi.
Braidotti, pur sapendo della nostra esistenza (intervista su Usmis), sceglie di supportare le posizioni di un potere politico – questo sì, fascista – che strumentalizza lo stato di insicurezza delle comunità legate ai territori, in accordo con un affarismo tecnologico interessato unicamente allo sfruttamento illimitato dell’ambiente. Respingiamo la definizione liquidatoria di ecofascismo rivolta alla lotta per la salvaguardia del Tagliamento ricordando, piuttosto, gli entusiasmi di Braidotti, che non ci hanno mai convint*, per il postumanesimo con venature tecnoautoritarie e fascistoidi alla Elon Musk.

Rosy Braidotti, ti ricordiamo che le tue affermazioni vanno a sostegno di una Giunta Regionale di destra, il cui assessore regionale alla difesa dell’ambiente, energia e sviluppo sostenibile è Fabio Scoccimarro, noto esponente missino e ora di FdI e dello stesso partito è anche l’attuale sindaco di Latisana Lanfranco Sette; per tanto, prima di usare sostantivi come “ecofascista” ti invitiamo, in futuro, ad essere più attenta e rispettosa delle popolazioni che, responsabilmente, difendono i loro territori dai fascisti, quelli veri … quelli che strumentalizzano, con strategie emotivamente manipolatorie, le morti delle alluvioni del ’65 e ’66. Altrimenti considereremo le tue affermazioni come ecofasciste !

  1. Agnes Denes, nata a Budapest nel 1931 e residente a New York. Ha piantato due acri di grano nella vecchia discarica di Battery a Lower Manhattan, a due isolati da Wall Street, creando, così, la sua opera più famosa: Wheatfield 1982 https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2024/08/installazione-ambientale-agnes-denes-basilea/ http://www.agnesdenesstudio.com/ ↩︎
  2. https://rosibraidotti.com/publications/soggetto-nomade-femminismo-e-crisi-della-modernita/ ↩︎

Dumbles: gruppo di ricerca ecofemminista

Agosto 19th, 2025 by dumbles


Agosto 2025/workinprogress


Come un organismo in evoluzione


Nell’agosto del 2024, a un anno di distanza dalla morte di Marinella Bragagnini, avvenuta il 24 luglio 20231, abbiamo sbobinato e trascritto un “intervento” sull’Ecofemminismo da lei tenuto a Udine nel 20182, utilizzando un video e degli appunti, consegnatici durante la malattia, che, già nei suoi intenti, avrebbero dovuto essere trasformati in un testo scritto più fruibile e articolato.
Quella volta ci siamo prese la libertà di aggiungere solamente qualche nota generale, esplicativa o bibliografica, citando alcuni testi provenienti dalla sua biblioteca, lasciataci in custodia e sistemata presso lo Spazio Sociale Tai Gjai di San Giorgio di Nogaro, luogo in cui abbiamo condiviso ed elaborato gran parte dell’attività politica degli ultimi anni.
Ne è risultato un “Piccolo Manifesto Ecofemminista” caratterizzato da una lettura politica e da una sensibilità, che passa soprattutto attraverso la specifica lente della Biologia (ambito di sua formazione), che dà, a questo primo scritto sull’Ecofemminismo, un taglio particolare, personale e originale.
A due anni di distanza dalla morte di Marinella, pur conservando ancora il documento integro, pubblicato e archiviato nel blog Dumbles nell’agosto 20243 (e che utilizzeremo, oltre che come base di riflessione e discussione preziosissima, anche come documento introduttivo di una raccolta di suoi scritti, che ci ripromettiamo di pubblicare), riapriamo il file, per proseguire il percorso, implementarlo, rielaborarlo, aggiornarlo, attribuendo ad esso valore di organismo ancora in evoluzione, capace di cogliere i cambiamenti e le veloci trasformazioni già avvenute … anche le nostre! Partiamo da noi, dal collettivo.


Dumbles: gruppo di ricerca ecofemminista
BIO: ci siamo incontrate nel 92′, giovanissime, in continuità con un’esperienza già iniziata dal Collettivo Femminista Friulano di cui conserviamo ancora alcuni scritti, tra cui un complesso documento sull’Ecofemminismo datato 1985-86, curato da Marinella e Antonella. Un documento tosto, fondativo, composto da diverse pagine, fitte, fitte, in cui contenuti importanti come Femminismo dell’Ecologia ed Ecologia del femminismo vengono proposti e articolati con tanto di riferimenti bibliografici.
Nel 92′, quindi, abbiamo scritto il nostro primo volantino Le lingue della conquista – le lingue della diversità, in occasione delle iniziative contro le colombiadi, firmandolo DUMBLES: feminis furlanis libertaris … attente, in quegli anni, a questioni linguistiche, neurolinguistiche, bioregionaliste, identitarie non campaniliste. Nome che abbiamo poi modificato, alla luce dell’incalzante emergenza ambientale e climatica, che ci ha obbligate a ragionare in termini più esplicitamente ecologici (ma non solo), diventando DUMBLES: gruppo di ricerca ecofemminista.


DUMBLES: antica parola friulana che significa “giovani donne” nella lingua dei luoghi in cui siamo nate.
GRUPPO DI RICERCA: per tentare di uscire dalle logiche di dominio, di un sesso sull’altro, dell’uomo sulla natura, degli stati sui popoli, della scienza sui corpi …
ECOFEMMINISTA: a tutt’oggi il femminismo non può prescindere da un discorso ecologico; un discorso ecologico (cioè la prospettiva di una società “in sintonia con il resto della natura”), non può prescindere da un discorso femminista (cioè di non discriminazione verso le donne) e nessuno dei due può prescindere da un contesto politico coltivato al di fuori dello stato e del patriarcato.

*asterisco: come segno di inclusività, senza troppe categorie e classificazioni. Ci piace un approccio alle diversità meno categorizzante, una sensibilità molto più vicina a quella dei popoli nativi4

Quella volta si comunicava con i volantini, i dossier, gli stampati, le fanzine … ci si incontrava di persona, negli spazi occupati e/o autogestiti; l’in-formazione passava per via diretta, di mano in mano, direttamente nel territorio in cui si viveva e si agiva. Poi, nel 2001, anche per noi è arrivato il web. Siamo entrate come Ecofemminismo (dentro Ecologia Sociale, un sito in html, di cui, alcune di noi, hanno condiviso la nascita, il paradigma e la progressione ed in cui abbiamo sviluppato il nostro ipertesto ecofemminista) per dare forma e plasticità a quel pensiero ipertestuale, a quella visione del mondo, che da anni ci intrigava.

Dal locale al globale e dal reale al virtuale … nella rete, in Ecofemminismo.html, abbiamo cominciato a costruire i nostri percorsi ipertestuali. Nel 2009 abbiamo optato per il php e, come quasi tutti i siti di movimento, ci siamo trasformate in blog; più facile, più veloce, ma anche più rigidamente strutturato, rischiando una maggiore omologazione. E’ in http://dumbles.noblogs.org/, che abbiamo continuato il nostro percorso, cercando di aggiornare ed implementare, quasi quotidianamente, contenuti, temi, denunce, ribellioni, punti di vista … Il mondo visto con gli occhi delle Dumbles!
Abbiamo fatto parte di reti, quelle più affini, libertarie e femministe, per cercare di creare libere sinergie, punti di interconnessione che potessero completarci e rafforzarci …
Nella globalità del web, nella complessità dell’esistente, nella lotta dei movimenti, nei nostri corpi, nelle complicità, negli abbandoni, nelle solitudini, nelle differenze, nelle maternità, nelle difficoltà di ogni giorno … Siamo ancora qui. Come prima, diverse da prima.


Per il collettivo non abbiamo mai utilizzato fb, ma nel 2023 abbiamo aperto un profilo Instagram con un progetto un po’ “sperimentale”, che mirava a forzare, in parte, le pratiche di utilizzo standard della piattaforma, in modo da creare un contenitore che riuscisse ad organizzare passato e presente, memoria storica e workinprogress. Ardua sperimentazione, in un tempo in cui il qui ed orasenza memoria detta legge. Ma non demordiamo!

Negli anni, tra reale e virtuale, attraverso la ricerca e la sperimentazione, abbiamo cercato di ripensare il mondo e di costruire la nostra mappa ecofemminista. In un mondo che, all’epoca, lasciava ancora spazio alle utopie. Oggi meno.


Tramare vie di lotta e di fuga … per autodeterminare, sperimentando, pratiche di libertà e realtà possibili … dentro l’insieme delle intricate relazioni ecologiche del vivente.


LUOGHI: dicevamo questo, lo pensiamo ancora, anche se il contesto ambientale, territoriale, culturale e relazionale è notevolmente cambiato.


“Abbiamo sempre pensato che la nostra battaglia per l’autodeterminazione … non possa essere separata dal luogo che abitiamo. In esso ragioniamo contro il sessismo, contro la violenza, contro le prevaricazioni … che colpiscono noi, ma anche il luogo intorno a noi. Quando diciamo che non vogliamo essere colonia di nessuno, lo diciamo in senso di rivendicazione individuale, collettiva, ma anche territoriale; le due cose sono inscindibili … Nessuna di noi può pensarsi in una terra colonizzata, ridotta ad un corridoio per passaggio di merci, ma, ancor prima, devastata in un immenso cantiere.” (Udine, presidio No Tav 8 marzo 2012)

“E’ all’ecologia sociale e al bioregionalismo che facciamo riferimento quando pensiamo al nostro territorio, al nostro dove. Viviamo in Friuli-Venezia Giulia, una regione politico-amministrativa artificiale, così definita e delimitata dopo la seconda guerra mondiale, ma sono le bioregioni a dar vita alle nostre mappe territoriali (Bassa Friulana, Isontino, …), che poco hanno a che fare con la geografia istituzionale. Bioregioni, ovvero quelle unità territoriali, spesso sfuggenti, di difficile delimitazione, non coincidenti con l’ufficialità delle regioni; bioregioni caratterizzate (un tempo!?) da una certa affinità ambientale, storica, linguistica e culturale; al loro interno è/era possibile percepire un senso di identità comune, ben lontano da quell’identità istituzionale o campanilista, leghista, conservatrice, razzista con cui possono essere confuse. Pensare per bioregioni equivale/equivaleva, quindi, ad avere una mappa territoriale ed una sensibilità diverse, indispensabili per sviluppare un approccio ecologico-sociale del territorio. E’ anche a questo tipo di sensibilità che attingiamo nelle lotte, tutte, anche quelle ambientali di questi ultimi anni. E’ per questo tipo di sensibilità che lottiamo contro lo sterminio dei territori”.


Dal 30 maggio 1984 ad oggi, abbiamo lottato, tutt*, per gli spazi sociali occupati/autogestiti.


Pur vivendo in una dimensione locale, non abbiamo mai dimentichiamo quella planetaria … quella delle tante popolazioni e dalle mille diversità, quella globale che riguarda le problematiche ecologiche, in particolare i cambiamenti climatici e quella globalizzata, che sta radicalmente cambiando i territori e la testa di chi li abita … più vicina alle nuove generazioni.

MODALITA’: attraverso pensieri e pratiche libertarie, autogestionarie, antisessiste, antirazziste, antifasciste, ecologiste, abbiamo cercato di ripensare il mondo … un tentativo di uscire dalle logiche di dominio, di un sesso sull’altro, dell’uomo sulla natura, degli stati sui popoli, della scienza sui corpi … per autodeterminare, sperimentando, realtà possibili … perché nella forma Stato, con la sua struttura istituzionale, gerarchica, abbiamo individuato una delle architravi del dominio. Rivendichiamo ancora l’autodeterminazione e l’autogestione negli/degli spazi, dove possiamo praticarla, sul nostro corpo, dove dobbiamo pretenderla, sul territorio, dove vogliamo ancora auspicarla e dove lottiamo per averla, perché è quello a cui tendiamo ancora …

Come abbiamo già detto, nel 2001 siamo entrate nella rete, definendo ed esprimendo meglio l’approccio Ecofemminista, istintivamente e storicamente già presente in Dumbles: feminis furlanis libertaris. Non stiamo parlando di un metodo, che non esiste, ma di un approccio, meglio focalizzato nel tempo e nutrito di tutto ciò di cui abbiamo parlato, di tutto ciò di cui parleremo e di tutto ciò che ancora non conosciamo …
tanto da decidere, come già detto all’inizio, di modificare il nome del gruppo in Dumbles: gruppo di ricerca ecofemminista. E’ in questa fase che è diventato sempre più chiaro uno dei focus del problema che, attraverso questo bagaglio teorico-esperienziale, avremmo dovuto affrontare, in questa nuova e complessa epoca, riassumibile in una domanda: quali sensibilità salveranno la terra? Per anni abbiamo pensato ad una sensibilità Ecofemminista, elaborata anche guardando a quei popoli, probabilmente ormai pochi, che non l’hanno ancora persa.

PICCOLO MANIFESTO ECOFEMMINISTA
una ricetta per demolire il patriarcato
nell’epoca della crisi ambientale globale


Il patriarcato. Il patriarcato è quel sistema sociale nel quale un genere, quello maschile, esercita potere, proprietà, privilegio, dominio su ciò che è diverso da sé, sul genere femminile e su tutti quei soggetti che non si conformano alla sua autorità morale. Nello stesso tempo è anche quel sistema che ha dato forma ad una epistemologia, ad una scienza e ad una tecnologia, cioè ad un sistema di interpretazione e manipolazione della natura, che oggi ci lascia, per esaurimento delle risorse, estinzione delle specie e cambiamento climatico, sull’orlo dell’abisso. Viviamo nella società del dominio, che è caratterizzata dal patriarcato, ma come dice Dilar Dirik, nessun* si chiede quando e dove è nato storicamente o, peggio, si nega.


Il patriarcato non è naturale. Ha avuto un’origine o più origini, che poi sono confluite a determinare quel sistema sociale in cui gli uomini detengono o pretendono di detenere il potere, l’autorià morale, il dominio, all’interno della famiglia e non solo.
Secondo Sylvia Walby il patriarcato è un sistema di strutture sociali interconnesse tra loro che permettono agli uomini di sfruttare le donne e,
anche se non è esplicitamente stabilito dalla loro costituzione o dalle loro leggi, la maggior parte delle società contemporanee sono, in pratica, patriarcali. Occorre prenderne coscienza ed agire. Ecofemminismo, quindi, come chiave interpretativa per fare la cosa giusta.
https://vimeo.com/259609846?from=outro-embed
https://vimeo.com/257067497?from=outro-embed


Le società organiche. Ma cosa c’era prima del Patriarcato? Quale struttura ed organizzazione sociale? Molti studi suggeriscono la presenza di società egualitarie. Bookchin, avvalendosi significativamente degli studi e dell’interpretazione di Dorothy Lee, dedica molti dei suoi scritti a queste società preletterate, caratterizzate da mancanza di coercizione, da spontaneismo ed egualitarismo. Società formatesi per l’innato bisogno umano d’associazione, di interdipendenza e mutuo appoggio. Società in sintonia con la natura6. Molte di queste società arcaiche erano matricentriche … o matriarcali o matrifocali7.
Secondo gli studi della Abendroth le società matriarcali si fondano sull’uguaglianza, che non vuol dire livellamento delle differenze (le differenze naturali, che esistono tra i generi e tra le generazioni, vengono rispettate e onorate), ma tali differenze non vengono mai utilizzate per creare delle gerarchie; a livello economico si fondano sulla circolarità dei beni, piuttosto che sull’accumulazione; a livello sociale, oltre che caratterizzarsi come società di discendenza in linea femminile e su una paternità sociale, sono organizzate in clan estesi (almeno 3 generazioni), finalizzati al mutuo appoggio e donne e uomini possono scegliere liberamente le loro relazioni amorose; a livello politico le decisioni vengono prese esclusivamente secondo il principio del consenso, vale a dire all’unanimità; a livello religioso, su riti in sintonia con la natura, caratterizzati dai cicli andata-ritorno (astri, stagioni, vita, morte), senza separazione tra le creature e siccome tutto, nel mondo, è divino, le culture matriarcali non conoscono la distinzione tra sacro e profano8.

L’emergere del dominio e della gerarchia: la gerontocrazia e il dominio sulla donna. La gerontocrazia, a giudizio di Bookchin, è stata la prima forma di gerarchia ed il primo caso in cui la conoscenza di dati e delle tecniche di sopravvivenza sono diventate territorio esclusivo degli anziani dei villaggi. Anche il ruolo della donna, dapprima paritario (vedi il culto della dea madre), è franato in posizione subalterna rispetto allo status dell’anziano saggio. La gerarchia è entrata a far parte integrante dell’inconscio e le classi sociali diventano l’aspetto più rilevante di un’umanità conflittuale e divisa.


Il dominio sulla natura, la naturalizzazione della donna e la sua deumanizzazione. Anche il Dominio sulla natura è lo sfondo ontologico del dominio di classe e statale, che, nella nostra società, ha dato luogo a dispositivi onnipervasivi. Il principio regolatore e morale maschile, così come domina la natura, domina la donna che, in quanto gerarchicamente subalterna, viene “naturalizzata”… Gli epiteti, tutti di ambito animale, hanno continuato a scorrere come un fiume in piena: civette, capinere, cagne, galline, gatte, falene, libellule, farfalle, tope, gazzelle, balene, tigri, oche, conigliette, mantidi, vampire, vacche ecc.


Sul genere e la scienza L’accesso alla conoscenza ed alla scienza è riservato agli uomini. Narrare la storia della conoscenza è il modo migliore per capire come si sia consolidato il dominio maschile sulla donna e sulla natura.
Prima che ci fossero le epistemologie femministe e i Gender Studies, tutto questo discorso sulla conoscenza veniva concepito come oggettivo e universale … in realtà, i più recenti studi hanno messo in luce come, invece, si tratta di saperi situati, poiché c’è sempre un soggetto che conosce qualcosa che viene conosciuto, ovvero la natura, ma il soggetto che conosce non è neutro; esso è sempre stato caratterizzato dal genere maschile e questo ha lasciato un’impronta anche nel tipo di scienza che si andava configurando e sviluppando.
La narrazione è sempre stata androcentrica, da Platone a Bacone, attraverso la sfida degli alchimisti vs meccanicisti, fino alla scienza ed alla tecnologia di oggi.
La metafora sessuale onniprensente è già un marchio.
Platone: La razionalità rende possibile la conoscenza; essa è presente nella mente umana e nelle regolarità della natura. La conoscenza è prerogativa della relazione maschile allievo-maestro. L’irrazionalità imbriglia la mente umana; irrazionalità e caos sono femminili ed ostacolano la conoscenza.
Bacone: il primo a dare efficacemente sostanza all’equazione fra conoscenza scentifica e potere; il primo a fissare come finalità della scienza il dominio sulla natura.
Per arrivare ai giorni nostri cito ancora Odifreddi che è un insigne logico-matematico e divulgatore, che si allinea dentro questo insieme di valori a cui abbiamo accennato e interviene criticando l’assegnazione della Medaglia Fields, uno dei maggiori riconoscimenti dati ai matematici che di recente è stato assegnato all’iraniana Maryam Mirzakhani. L’articolo, intitolato Il talento delle donne per la scienza, fa riferimento a questo riconoscimento parlando di una progressione discendente, che sembra indicare come l’attitudine femminile sia direttamente proporzionale alla concretezza e indirettamente proporzionale all’astrazione quindi, anche lui, è come se volesse sostenere che lo spirito maschile è proprio della trascendenza … mentre quello femminile rimane legato all’immanenza.9 (contraddizione rispetto a bacone?)
Fox Keller: “nella scienza si fondono in un tutto unico l’umana conoscenza e l’umano potere …”; “sono venuto invero a condurre a te la Natura con tutti i figli suoi, per vincolarla al tuo servizio e farne la tua schiava …”; “l’antica scienza è rappresentabile come un modesto parto femminile, passivo, debole, titubante, mentre ora è nato un maschio, attivo, virile, generativo …” 10


E dalla scienza si sviluppa la tecnologia. Infine dalla scienza si evolve la tecnologia (pur essendoci un complesso legame fra scienza e tecnica) che porta in sé, intrinsecamente, il dominio sulla natura … la scienza è la ricerca del perchè e la tecnologia la ricerca del come …
Da questo tipo di premessa si sviluppa una scienza con una forte impronta di tipo maschile e da ciò consegue anche un certo tipo di tecnologia … Per quanto il rapporto tra scienza e tecnologia sia abbastanza complesso, la tecnologia che viene messa a punto è spesso una tecnologia che va a sfruttare e a piegare la natura, pensiamo per esempio al motore termico rispetto a quelli che sono i motori biologici e quindi ci troviamo con il motore termico, che ha completamente devastato l’ambiente e ha sfruttato e consumato le risorse prodotte dal motore biologico, quello della fotosintesi e del ciclo vitale, che è sempre esistito. Ci troviamo quindi, a tutt’oggi, a fare i conti con il risultato di una tecnologia che, a sua volta, è frutto di una ricerca scientifica improntata al maschile.

Portanza ambientale. La crisi ecologica è certificata dal cambiamento climatico come risultante di inquinamento e conseguente effetto serra. Un altro problema enorme, ma ancora tabù, è la portanza ambientale per quel che riguarda la popolazione. Il pianeta non potrà reggere la presenza prevista per i prossimi 50 anni di 9 miliardi di persone. Occorre intervenire sulla demografia e sulla distribuzione delle risorse a partire da una certezza: il picco di tutto (petrolio, terreno, cibo, minerali rari, api ecc.).


L’ecofemminismo: le componenti – la nostra ricetta. La necessità fondamentale è di agire alle origini del sistema del dominio.
Partiamo da una breve definizione di Femminismo: Femminismo, movimento di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne; in senso più generale, insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica (Treccani).
A tutt’oggi il femminismo non può prescindere da un discorso ecologico; un discorso ecologico, cioè la prospettiva di una società “in sintonia con il resto della natura”, non può prescindere da un discorso femminista cioè di non discriminazione verso le donne e nessuno dei due può prescindere da un contesto politico coltivato al di fuori dello stato.
Oggi non possiamo esimerci dal fare i conti con tutto questo … per noi questo cosa significa? Se noi riconosciamo che la società del dominio è una società patriarcale, che si è fondata e si fonda anche oggi, per moltissimi aspetti, sullo sfruttamento delle donne, pensiamo anche solo al gap lavorativo dove, a parità di mansioni, la donna viene retribuita di meno, da ciò deriva che se noi dobbiamo coltivare un pensiero che sia di liberazione e di affrancamento da queste logiche di dominio, dobbiamo pensare in termini sia femministi che ecologici. Però, questo, non è sufficiente e qui possiamo fare un rapido excursus sui vari tipi di femminismo di cui si sta parlando in questi ultimi anni … dagli anni ’80 … quando noi abbiamo lanciato questo tipo di discorso non esistevano collettivi che si caratterizzassero in questo senso, invece in questi ultimi anni sì … un po’ perché la crisi ecologica è diventata più evidente, un po’ perché il femminismo storico ha esaurito la sua spinta, inoltre il femminismo storico non è mai stato qualcosa di monolitico, ma ha sempre avuto tantissime caratterizzazioni e sfumature.


Esistono tanti femminismi ma anche tanti ecofemminismi
1 – Con una prospettiva istituzionale: c’è l’Ecofemminismo che viene rilanciato da Laura Cima, che è stata parlamentare all’interno dei Verdi (che non esistono più come entità politica) e ha fatto uscire un libro sull’Ecofemminismo in Italia11, dove racconta come, all’interno dei Verdi, del partito del sole che ride, dei Verdi arcobaleno … le donne che si impegnavano in quel contesto politico avevano tentato di introdurre le istanze del femminismo di quel periodo che lei chiama Ecofemminismo … però non si tratta di un Ecofemminismo che noi possiamo condividere per la sua impronta partitica e istituzionale.
2 – Con una prospettiva che prende le mosse dalla situazione dei “paesi in via di sviluppo”, terzomondista: c’è un altro Ecofemminismo, interessante, quello portato avanti da Vandana Shiva, che prende le mosse dalle lotte delle donne e degli agricoltori in India e che contesta le coltivazioni intensive gli OGM.
3 – Con una prospettiva accademica: c’è ancora l’Ecofemminismo che si insegna all’interno degli ambienti universitari, dove sono stati avviati molti corsi e tesi di laurea, ma si tratta di teorie che rimangono prevalentemente sulla carta.
4 – Con una prospettiva movimentista: c’è un altro aspetto nell’Ecofemminismo che è quello che ha effettuato la saldatura tra il femminismo, l’animalismo e l’eco-veg-femminismo.


Una dimensione politica anarchica. Per completare un pensiero ecofemminista, come lo intendiamo noi, manca, però, la dimensione politica anarchica o comunque libertaria, indispensabile per poter coltivare l’ecofemminismo al di fuori dello stato, che è il pilastro della gerarchia e del dominio.
Femminismo-ecologia-anarchismo sono in relazione tra loro attraverso tutti i temi che stanno intorno.
Non bastano il femminismo e l’ecologia, c’è bisogno anche di un contesto politico all’interno del quale portare avanti il discorso e pensare a delle azioni. Per noi il contesto politico si deve evolvere all’esterno di un contesto statale, perché non possiamo pensare di scardinare la società del dominio dentro una logica statale, con dei confini, con delle frontiere (il problema delle migrazioni, il rafforzamento del controllo dei confini, eccetera, eccetera).
I/le kurdi/e lo hanno forse capito?12 La Jinealogi?13


Un pensiero bioregionalista. Dobbiamo piuttosto evolvere un “pensiero bioregionalista”. Solamente in questo contesto l’ecofemminismo può prendere slancio, perché se c’è un ragionamento ecologico, deve essere fatto sul territorio in cui si vive; se dobbiamo ripensare, per esempio, l’agricoltura, la dobbiamo ripensare nel luogo in cui siamo … e, in parte, anche le lotte per il clima … in fin dei conti si ripropone sempre il vecchio slogan “pensare globalmente e agire localmente”, ovvero in un contesto che, per noi, deve essere libertario. Questo è proprio quello che manca nelle altre declinazioni di ecofemminismo anche se, da lì, possono arrivare dei contributi interessanti. Questo è il “nostro” ecofemminismo … è un esercizio di pensiero complesso, perché, d’altra parte, la realtà è complessa.


Linguaggio performativo. Non è solo una questione di rivendicazione, certo, non vogliamo più l’oppressione, lo sfruttamento … vogliamo ovviamente l’autodeterminazione delle donne, tutti temi che sono sempre stati importanti all’interno del femminismo, ma se la realtà è complessa e presenta problemi enormi, noi dobbiamo cercare di elaborare un pensiero adeguato alla realtà, per esempio possiamo citare il caso del sessismo nel linguaggio. Qualcosa che si è sedimentato nel nostro cervello, che ci consente di parlare, ma mentre parliamo creiamo anche delle immagini dei soggetti, nel senso che il linguaggio è performativo, quindi la caratterizzazione di genere all’interno del linguaggio è un altro degli aspetti da prendere in considerazione14. Da qualsiasi angolazione si guardi la realtà, la violenza sulle donne, la procreazione attraverso le nuove tecnologie riproduttive, le tecnologie in agricoltura … tutte queste cose richiedono un pensiero abbastanza articolato, perché sappiamo da dove queste cose derivano … Mi ha colpita molto una pubblicità della Rai che sta programmando alcune lezioni sulla psicanalisi; nella pubblicità c’è una voce maschile che dice “non basta uno spermatozoo per fare un padre, non basta un utero per fare una madre … questa pubblicità mi rimanda una figura dello spermatozoo e dell’utero come se il contributo alla persona e alla vita che si deve formare da parte della madre fosse solamente l’utero, cioè il contenitore e non l’ovulo, con tutta quella parte di DNA materno che presuppone. Questo rende bene il carattere performativo del linguaggio infatti, per secoli e secoli, si è pensato che la donna fosse solo un contenitore che la madre non desse un contributo più sostanzioso di DNA e, tra l’altro, ne mette anche di più15; un esempio di linguaggio che non nomina e che esclude, cancella. C’è un linguaggio maschile, universale … come quando si dice “tutti” per comprendere anche le donne, ma senza nominarle. Sono tutti i retaggi del dominio che noi ci portiamo dietro dall’origine, dalla fine delle società organica e dall’origine della società del dominio.


In sintesi. Esiste un contesto ecologico, ovvero le basi ed il substrato della vita, in cui il soggetto (femminismo) elabora la sua liberazione e costruisce i suoi progetti di vita al di fuori della logica del dominio (anarchismo). Da qualsiasi di questi tre poli noi prendiamo le mosse, con qualsiasi argomento, ci ritroviamo collegati a tutto il resto.
L’Ecofemminismo è un po’ un esercizio di pensiero complesso, che, per agire nella realtà, deve anche semplificare, ma in modo cosciente.
Luogo di enunciazione, prospettiva di genere, genere performativo, sapere situato …. sono gli enunciati che abbiamo imparato ad usare e che collocano il soggetto nella sua ontologia rispetto alla realtà dell’intorno.
Questa è la base per poter pensare-progettare una realtà migliore di quella nella quale siamo immers*; in sintesi per “fare la cosa giusta”.


Perchè EcoFemminismo e non AnarcoFemminismo? Perchè l’emergenza ambientale ci obbliga a ragionare in termini ecologici; sia per una questione di complessità [ecosistemi-energia] che di interrelazioni [reti-retroazioni]. Se l’obiettivo è una società umana più equa, che si sviluppi su una base di giustizia sociale e di assenza di discriminazione [una società anarchica], non ci si può arrivare senza un ragionamento di tipo “ecologico”. Non solo per sanare il distorto rapporto con la natura (di sfruttamento), ma anche perchè dobbiamo riconoscere che, dal punto di vista evolutivo, la nostra è, comunque, una specie derivante da essa, evoluta in forma autocosciente (una specie parlante dotata di linguaggio complesso-simbolico), ma che ne mantiene il retaggio.


Femminismi, Ecofemminismi, Transfemminismi come risposta politica al sistema di dominio patriarccale-maschilista e come critica e rielaborazione epistemologica della storia della cultura e della scienza.


PRATICHE


Utili, almeno come spunto di riflessione, alcuni insegnamenti dei popoli nativi, che, per alcuni aspetti, rappresentano figure di continuità in sintonia con l’ambiente. Come orientarsi nel futuro, quindi, attraverso gli insegnamenti o le suggestioni dei popoli nativi?


Solamente l’occidente si è impegnato a costruire una contrapposizione tra natura e cultura … molti altri popoli vivono in continuità con l’ambiente che abitano … Secondo Reichel-Dolmatoff, i Desana (Amazzonia colombiana) concepiscono il mondo come un sistema omeostatico in cui la quantità di energia spesa, l’output, è direttamente legata alla quantità di energia ricevuta, l’input … ogni individuo sarebbe dunque consapevole di non essere che un elemento di una rete complessa d’interazioni, che si sviluppa non soltanto nella sfera sociale, ma anche nella totalità di un universo che tende alla stabilità, dotata cioè di risorse e limiti finiti. Questo conferisce a tutti delle responsabilità di ordine etico: in particolare, non perturbare l’equilibrio generale di questo sistema fragile e non utilizzare mai l’energia senza restituirla rapidamente attraverso svariati tipi di operazioni rituali …16


Se l’Occidente avesse praticato questi principi, oggi probabilmente non saremmo davanti alla catastrofe climatica.


Là, dove l’acqua invece che travolgere non c’è più, perché i ghiacciai delle Ande peruviane si stanno sciogliendo, le cinque sorelle ingegnere agronome Machaca raccolgono la pioggia e creano delle lagune, accudiscono l’acqua grazie a conoscenze tecniche ancestrali, oggi soddisfano il 20% del volume di acqua consumata in tutta la regione. Yakumama, mamma acqua, quella di cui noi siamo fatti, per la maggior parte …


Dal paese delle donne, un altro modo di gestire le relazioni. Uno fra i tanti possibili.
Quale uomo accetterebbe di mantenere i figli delle sue sorelle invece dei propri figli? Quali società, quali governi, quali religioni accetterebbero di eliminare la struttura della famiglia tradizionale per sostituirla con una famiglia estesa, dalla quale sono esclusi i padri biologici? E chi sarebbe d’accordo nel sostituire l’istituzione del matrimonio con un sistema basato sulla libertà sessuale in cui la donna decide, senza pressioni di alcun tipo, con chi passare la notte e quando avere figli? Questo è il mondo dei Moso. Un sistema che non produce i conflitti e le violenze tra i sessi che il senso comune generalmente attribuisce alla “natura umana”. Un portale con la scritta cinese attraversa la strada da un’estremità all’altra.

«Benvenuti nel paese delle donne», «qui abitano i Moso, una società matriarcale». Siamo nella provincia dello Yunnan, ai piedi dell’Himalaya: “yun” vuol dire nuvola, “nan” vuol dire sud, il paese a sud delle nuvole. In questa regione incantata vivono i Moso, una minoranza etnica strutturata in grandi famiglie di discendenza materna. Questa società millenaria da sempre rifiuta il matrimonio. Persino durante la Rivoluzione culturale molte coppie tentarono di sottrarsi a un’imposizione che andava contro i loro stessi principi. Le coppie, infatti, non abitano sotto lo stesso tetto, ma passano la notte insieme per separarsi all’alba. Bizzarro, no? Pensate a una madre che redarguisce un figlio disubbidiente sotto la minaccia di farlo sposare! Fra i Moso non è impossibile che accada. Qui si tollera meglio un’infedeltà che la violenza derivante dalla gelosia (Francesca Rosati Freeman).


Con un taglio marcatamente politico-sociale, abbiamo guardato anche a Jinwar. Un progetto concreto, collettivo, femminista, bioregionalista e internazionalista.
“Nel mezzo della guerra in Siria, le donne nel Rojava si sono costrui te una nuova vita. Le esperienze raccolte nel percorso di costruzione dell’autonomia democratica, nell’organizzazione di base nelle comuni di donne, nelle cooperative di donne e nei consigli di donne, hanno dato loro il coraggio di osare nuovi passi. Così è nata l’idea di fondare il villaggio, delle donne. Jinwar, che in curdo significa luogo delle donne libere, dovrà diventare un villaggio nel quale le donne, che hanno sofferto per la guerra e la violenza, così come le donne che non vogliono creare una famiglia classica, ma piuttosto desiderano una vita collettiva con altre donne, possono vivere insieme e in modo autodeterminato. Donne di diverse città e villaggi del Rojava sono coinvolte in questo progetto … una nuova cultura di vita che si collega a forme di produzione e di vita tradizionali, ecologiche, nella regione della Mezza Luna Fertile. Speriamo che l’effetto di Jinwar non resti limitato al villaggio, ma ispiri
e rafforzi anche donne in altri luoghi e mostri nuove prospettive.” 17


Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di fare qualcosa di pratico in un’ottica di sostenibilità bioregionalistica e di lotta al cambiamento climatico. Teikei Tai Gjai18, un progetto di agricoltura partecipata bio km0 che riguarda la verdura, la farina, i legumi e l’olio … agricoltura biologica come strumento ecologico per il recupero della fertilità del suolo senza il quale non ci sarà futuro alimentare.

Ruben Orozco Loza, artista messicano, sintetizza bene il problema che attanaglia la nostra società, la nostra epoca con una scultura iperrealista: il volto di una ragazza che annega. Il suo volto affiora nel fiume Nervion, di Bilbao; lo si vede quando le acque si abbassano. Si chiama Bihar (domani) … non possiamo continuare a scommettere su modelli insostenibili ….


PROGETTO PAOLA
E’ nel 2017 che è venuta a mancare Paola Mazzaroli, una compagna di Trieste. Anche le Dumbles: gruppo di ricerca ecofemminista, stanno contribuendo, per sua esplicita volontà, alla realizzazione di un progetto. Dopo anni di discussioni, interrotte anche dal periodo covid, il 25 ottobre 2022, è nata l’Associazione Progetto Paola APS, che si occupa della sua attuazione19.
A Paola Mazzaroli
Progetto collettivo, femminista, ecologista, autodeterminato, resistente, libertario ,modulare, workinprogress …
aprile 2018/gennaio 2023














1https://dumbles.noblogs.org/2023/08/01/a-marinella/
2Di seguito il video integrale dell’intervento sull’Ecofemminismo tenuto da Marinella Bragagnini, nel 2018, presso la Libreria Friuli di Udine. Evento e riprese a cura del Collettivo Korovev: https://www.facebook.com/collettivokorovev/videos/1896925363881437
3https://dumbles.noblogs.org/piccolo-manifesto-ecofemminista/
4https://www.blmagazine.it/culture/i-nativi-americani-pionieri-del-non-binary-la-cultura-dei-due-spiriti-e-dei-cinque-generi/ https://mirellaizzo.blogspot.com/
5WALBY Sylvia, Theorizing patriarchy, Basil Blackwell Ltd, Padstow 1990.
6BOOKCHIN Murray, L’ecologia della libertà, Edizioni antistato, Milano 1984 (1982); LEE Dorothy, Freedom and Culture … 1959. Dorothy Lee, antropologa statunitense e studiosa delle società preletterate, indaga, in particolare, i concetti di “eguaglianza e libertà” come qualcosa che esiste nella natura delle cose e non come principio che deve essere applicato.
7Prima di parlare delle caratteristiche delle società matriarcali è bene puntualizzare il concetto di matriarcato, citando le parole di Abendroth: “Fino ad oggi l’idea che questa parola esprime è risultata del tutto inesatta e approssimativa, poiché priva di una definizione adeguata o spesso assente e ciò ha generato fraintendimenti e costanti distorsioni. Matriarcato, contrariamente alla Vulgata, non è equiparabile al termine patriarcato, che significa dominio o regola dei padri. Tradurre matriarcato come dominio o regola delle madri è sbagliato non solo dal punto di vista strettamente linguistico, ma anche sul piano fattuale, poiché in greco archè significa siadominio che incipit, inizio, origine … la traduzione corretta della parola matriarcato è quindi in principio le madri. Solo più tardi, quando nel quadro dell’ideologia patriarcale si è stabilito che il dominio è esistito fin dall’inizio della storia, la parola archè ha assunto il secondo significato, appunto quello di dominio.” ABENDROTH GOETTNER Heide, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale ed Europa, MIM Edizioni S.R.L., Milano 2023.
8ABENDROTH GOETTNER Heide, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale ed Europa, MIM Edizioni S.R.L., Milano 2023. Dal sito Dumbles: https://dumbles.noblogs.org/2023/10/28/la-nascita-del-patriarcato/
9Da Ipazia a Mirzakhani di Odifreddi http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2014/08/14/da-ipazia-a-mirzakhani/; Il talento delle donne per la scienza https://www.donnescienza.it/odifreddi-e-il-talento-delle-donne/; Odifreddi e il talento delle donne https://maddmaths.simai.eu/comunicare/odifreddi-e-il-talento-delle-donne/
10Non sappiamo di preciso da quale testo siano state tratte queste citazioni, per cui segnaliamo alcuni saggi fondamentali di Evelin Fox keller presenti nella biblioteca di Marinella. FOX KELLER Evelyn, Sul genere e la scienza, Garzanti, Milano 1987; FOX KELLER, Vita, scienza & cyberscienza, Garzanti, Cernusco-Milano 1996; FOX KELLER, Il secolo del gene, Garzanti, Cernusco-Milano 2001; FOX KELLER, In sintonia con l’organismo. La vita e l’opera di Barbara McClintock, Lit Edizioni, Roma 2017.
11CIMA Laura-MARCOMIN Franca (a cura di), L’Ecofemminismo in Italia. Le radici di una rivoluzione necessaria, Il Poligrafico, Padova 2017.
12SANTI Norma -VACCARI Salvo (a cura di), La sfida anarchica nel Rojava, BFS, Pisa 2019; OCALAN Abdullah, La rivoluzione delle donne, Libertà per Abdullah Ocalan Ed., 2013; TODESCHINI Silvia (a cura di), La rivoluzione vista dalle donne, 2016.
13Su questo argomento come Dumbles abbiamo organizzato diversi incontri tra cui: https://www.facebook.com/events/561108136181602/?ref=newsfeed&locale=it_IT (18 giugno 2023); https://www.facebook.com/events/239624675803230/?ref=newsfeed (9 dicembre 2023). Segnaliamo anche questa interessante pubblicazione: Donne, etica e rivoluzione. Intervista alle compagne del Rojava. A cura di Infoaut.org, Radio Onda d’Urto, 2016.
14Dal sito Dumbles: https://dumbles.noblogs.org/2012/06/11/violenza-delle-istituzioni-la-lingua/
15Mitocondrio: organo della cellula contenente molte coppie di un tratto di DNA trasmesso solo per via materna. Il “DNA mitocondriale” viene trasmesso dalla madre ai figli e quindi è identico a quello della nonna materna, dei nostri fratelli, delle nostre sorelle, nei figli delle sorelle di nostra madre… BARBUJANI Guido, Come eravamo. Storie della grande storia dell’uomo, Laterza, 2022.
16DESCOLA Philippe, Oltre natura e cultura, Raffaello Cortina, Milano 2021
17Per quanto riguarda Jinvar e l’esperienza delle donne all’interno del Confederalismo Democratico ricordiamo le ultime iniziative, organizzate in continuità con un lungo percorso politico, collettivo:
– 9 dicembre 2023, Tai Gjai. Strutture autorganizzate e percorso di emancipazione sociale ed economica delle donne in Rojava. Con Norma Santi.
– 18 giugno 2023, Tai Gjai. Che cos’è la Jineoloji. Ne abbiamo parlato, conCaterina del “Comitato Jineoloji di Brussels”.
18 Ci piace ricordare che il sistema di gestione cooperativo e partecipativo nasce e si sviluppa in Giappone tra gli anni ’60 e ’70, da un gruppo di donne che lo definiscono “Teikei”, ovvero il cibo con la faccia del contadin@. Dall’esperienza iniziale nella città di Kobe, l’accordo virtuoso tra produttori e consumatori viene replicato negli Stati Uniti, dove prende il nome di CSA (Community Supported Agriculture). Da qui arriva in Europa.
19Cfr. Progetto Paola 2018-2023. A cura di Dumbles.

BOAB 2025 Bologna Anarchist Bookfear

Agosto 11th, 2025 by dumbles

https://edizionimalamente.it/boab-bologna-anarchist-bookfair/

BOAB

PROTESTE sostantivo femminile plurale

Aprile 20th, 2025 by dumbles

Mostra fotografica di Mara Fella Inaugurazione sabato 17 maggio 2025, h. 21.00, presso lo Spazio Sociale Tai Gjai, San Giorgio di Nogaro. A cura di Dumbles

Femen: epidemia fascista risposta femminista !

Marzo 15th, 2025 by dumbles

 

 

Femminismi, transfemminismi e anarchismo. Alcune riflessioni.

Febbraio 22nd, 2025 by dumbles

Non ci può essere anarchismo senza femminismo

T-shirts Dumbles: gruppo di ricerca ecofemminista*.

Novembre 14th, 2024 by dumbles

https://www.facebook.com/share/p/QLRED3GrMUhZ5Xqv/

 

BIO: ci siamo incontrate nel 92′, giovanissime, in continuità con un’esperienza già iniziata dal Collettivo Femminista Friulano di cui conserviamo ancora alcuni scritti, tra cui un complesso documento sull’Ecofemminismo datato 1985-86, curato da Marinella e Antonella. Un documento tosto, fondativo, composto da diverse pagine, fitte, fitte, in cui contenuti importanti come Femminismo dell’Ecologia ed Ecologia del femminismo vengono proposti e articolati con tanto di riferimenti bibliografici. Nel 92′, quindi, abbiamo scritto il nostro primo volantino Le lingue della conquista – le lingue della diversità, in occasione delle iniziative contro le colombiadi, firmandolo DUMBLES: feminis furlanis libertaris … attente, in quegli anni, a questioni linguistiche, neurolinguistiche, bioregionaliste, identitarie non campaniliste. Nome che abbiamo poi modificato, alla luce dell’incalzante emergenza ambientale e climatica, che ci ha obbligate a ragionare in termini più esplicitamente ecologici (ma non solo), diventando

DUMBLES: gruppo di ricerca ecofemminista.DUMBLES: antica parola friulana che significa “giovani donne” nella lingua dei luoghi in cui siamo nate. GRUPPO DI RICERCA: per tentare di uscire dalle logiche di dominio, di un sesso sull’altro, dell’uomo sulla natura, degli stati sui popoli, della scienza sui corpi. ECOFEMMINISTA: a tutt’oggi il femminismo non può prescindere da un discorso ecologico; un discorso ecologico (cioè la prospettiva di una società “in sintonia con il resto della natura”), non può prescindere da un discorso femminista (cioè di non discriminazione verso le donne) e nessuno dei due può prescindere da un contesto politico coltivato al di fuori dello stato.

*asterisco: come segno di inclusività, senza troppe categorie e classificazioni. Ci piace un approccio alle diversità meno categorizzante, una sensibilità molto più vicina a quella dei popoli nativi4

Quella volta si comunicava con i volantini, i dossier, gli stampati, le fanzine … ci si incontrava di persona, negli spazi occupati e/o autogestiti; l’in-formazione passava per via diretta, di mano in mano, direttamente nel territorio in cui si viveva e si agiva. Poi, nel 2001, è arrivato il web. Siamo entrate come “Ecofemminismo” (dentro Ecologia Sociale, un sito in html, di cui, alcune di noi, hanno condiviso la nascita, il paradigma e la progressione ed in cui abbiamo sviluppato il nostro ipertesto ecofemminista) per dare forma e plasticità a quel pensiero ipertestuale, a quella visione del mondo, che da anni ci intrigava.

Dal locale al globale e dal reale al virtuale … nella rete, in Ecofemminismo.html, abbiamo cominciato a costruire i nostri percorsi ipertestuali. Nel 2009 abbiamo optato per il php e, come quasi tutti i siti di movimento, ci siamo trasformate in blog; più facile, più veloce, ma anche più rigidamente strutturato, rischiando una maggiore omologazione. E’ in http://dumbles.noblogs.org/, che abbiamo continuato il nostro percorso, cercando di aggiornare ed implementare, quasi quotidianamente, contenuti, temi, denunce, ribellioni, punti di vista … Il mondo visto con gli occhi delle Dumbles!
Abbiamo fatto parte di reti, quelle più affini, libertarie e femministe, per cercare di creare libere sinergie, punti di interconnessione che potessero completarci e rafforzarci …
Nella globalità del web, nella complessità dell’esistente, nella lotta dei movimenti, nei nostri corpi, nelle complicità, negli abbandoni, nelle solitudini, nelle differenze, nelle maternità, nelle difficoltà di ogni giorno … Siamo ancora qui. Come prima, diverse da prima.


Per il collettivo non abbiamo mai utilizzato fb, ma nel 2023 abbiamo aperto un profilo Instagram con un progetto un po’ “sperimentale”, che mirava a forzare, in parte, le pratiche di utilizzo standard della piattaforma, in modo da creare un contenitore che riuscisse ad organizzare passato e presente, memoria storica e workinprogress. Ardua sperimentazione, in un tempo in cui il qui ed orasenza memoria detta legge. Ma non demordiamo!

Negli anni, tra reale e virtuale, attraverso la ricerca e la sperimentazione, abbiamo cercato di ripensare il mondo e di costruire la nostra mappa ecofemminista. In un mondo che, all’epoca, lasciava ancora spazio alle utopie. Oggi meno.


Tramare vie di lotta e di fuga … per autodeterminare, sperimentando, pratiche di libertà e realtà possibili … dentro l’insieme delle intricate relazioni ecologiche del vivente.


LUOGHI: dicevamo questo, lo pensiamo ancora, anche se il contesto ambientale, territoriale, culturale e relazionale è notevolmente cambiato.


“Abbiamo sempre pensato che la nostra battaglia per l’autodeterminazione … non possa essere separata dal luogo che abitiamo. In esso ragioniamo contro il sessismo, contro la violenza, contro le prevaricazioni … che colpiscono noi, ma anche il luogo intorno a noi. Quando diciamo che non vogliamo essere colonia di nessuno, lo diciamo in senso di rivendicazione individuale, collettiva, ma anche territoriale; le due cose sono inscindibili … Nessuna di noi può pensarsi in una terra colonizzata, ridotta ad un corridoio per passaggio di merci, ma, ancor prima, devastata in un immenso cantiere.” (Udine, presidio No Tav 8 marzo 2012)

“E’ all’ecologia sociale e al bioregionalismo che facciamo riferimento quando pensiamo al nostro territorio, al nostro dove. Viviamo in Friuli-Venezia Giulia, una regione politico-amministrativa artificiale, così definita e delimitata dopo la seconda guerra mondiale, ma sono le bioregioni a dar vita alle nostre mappe territoriali (Bassa Friulana, Isontino, …), che poco hanno a che fare con la geografia istituzionale. Bioregioni, ovvero quelle unità territoriali, spesso sfuggenti, di difficile delimitazione, non coincidenti con l’ufficialità delle regioni; bioregioni caratterizzate (un tempo!?) da una certa affinità ambientale, storica, linguistica e culturale; al loro interno è/era possibile percepire un senso di identità comune, ben lontano da quell’identità istituzionale o campanilista, leghista, conservatrice, razzista con cui possono essere confuse. Pensare per bioregioni equivale/equivaleva, ad avere una mappa territoriale ed una sensibilità diverse, indispensabili per sviluppare un approccio ecologico-sociale del territorio. E’ anche a questo tipo di sensibilità che attingiamo nelle lotte, tutte, anche quelle ambientali di questi ultimi anni. E’ per questo tipo di sensibilità che lottiamo contro lo sterminio dei territori”.

Dal 30 maggio 1984 ad oggi, abbiamo lottato, tutt*, per gli spazi sociali occupati/autogestiti.
Pur vivendo in una dimensione locale, non abbiamo mai dimentichiamo quella “planetaria” … quella delle tante popolazioni e dalle mille diversità, quella globale che riguarda le problematiche ecologiche, in particolare i cambiamenti climatici e quella globalizzata, che sta radicalmente cambiando i territori e la testa di chi li abita … più vicina alle nuove generazioni.

MODALITA’: attraverso pensieri e pratiche libertarie, autogestionarie, antisessiste, antirazziste, antifasciste, ecologiste, abbiamo cercato di ripensare il mondo … un tentativo di uscire dalle logiche di dominio, di un sesso sull’altro, dell’uomo sulla natura, degli stati sui popoli, della scienza sui corpi … per autodeterminare, sperimentando, realtà possibili … perché nella forma Stato, con la sua struttura istituzionale, gerarchica, abbiamo individuato una delle architravi del dominio. Rivendichiamo ancora l’autodeterminazione e l’autogestione negli/degli spazi, dove possiamo praticarla, sul nostro corpo, dove dobbiamo pretenderla, sul territorio, dove vogliamo ancora auspicarla e dove lottiamo per averla, perché è quello a cui tendiamo ancora …

Come abbiamo già detto, nel 2001 siamo entrate nella rete, definendo ed esprimendo meglio l’approccio Ecofemminista, istintivamente e storicamente già presente in Dumbles: feminis furlanis libertaris. Non stiamo parlando di un metodo, che non esiste, ma di un approccio, meglio focalizzato nel tempo e nutrito di tutto ciò di cui abbiamo parlato, di tutto ciò di cui parleremo e di tutto ciò che ancora non conosciamo …
tanto da decidere, come già detto all’inizio, di modificare il nome del gruppo in Dumbles: gruppo di ricerca ecofemminista. E’ in questa fase che è diventato sempre più chiaro uno dei focus del problema che, attraverso questo bagaglio teorico-esperienziale, avremmo dovuto affrontare, in questa nuova e complessa epoca, riassumibile in una domanda: quali sensibilità salveranno la terra? Per anni abbiamo pensato ad una sensibilità Ecofemminista, elaborata anche guardando a quei popoli, probabilmente ormai pochi, che non l’hanno ancora persa.

Piccolo Manifesto Ecofemminista

Agosto 11th, 2024 by dumbles

Agosto 2024

Abbiamo trascritto, modificando il meno possibile, un “intervento” sull’Ecofemminismo tenuto a Udine da Marinella Bragagnini nel 20181 utilizzando anche degli appunti che, già nei suoi intenti, avrebbero dovuto essere trasformati in un testo più articolato.

Ci siamo prese la libertà di aggiungere qualche nota generale, esplicativa o bibliografica, citando alcuni testi provenienti dalla sua biblioteca, lasciatici in custodia e in corso di sistemazione presso lo Spazio Sociale Tai Gjai di San Giorgio di Nogaro, luogo in cui abbiamo condiviso ed elaborato gran parte dell’attività politica degli ultimi anni.

Ne è risultato un Piccolo Manifesto Ecofemminista, caratterizzato da una lettura politica e da una sensibilità che passa anche attraverso la specifica lente della Biologia, ambito di sua formazione, che dà a questo scritto sull’Ecofemminismo un taglio particolare.

L’excursus da lei proposto è stato suddiviso in “step tematici”, che speriamo possano essere spunto per riflessioni future, incontri di studio, formazione, approfondimento o aggiornamento di quelli che sono i principali nodi fondanti di questa complessa, poliedrica e utopica visione del mondo. Perchè non rimanga tale.

ECOFEMMINISMO

una ricetta per demolire il patriarcato

nell’epoca della crisi ambientale globale

Il patriarcato

Il patriarcato è quel sistema sociale nel quale un genere, quello maschile, esercita potere, proprietà, privilegio, dominio su ciò che è diverso da sé, sul genere femminile e su tutti quei soggetti che non si conformano alla sua autorità morale. Nello stesso tempo è anche quel sistema che ha dato forma ad una epistemologia, ad una scienza e ad una tecnologia, cioè ad un sistema di interpretazione e manipolazione della natura, che oggi ci lascia, per esaurimento delle risorse, estinzione delle specie e cambiamento climatico, sull’orlo dell’abisso. Viviamo nella società del dominio, che è caratterizzata dal patriarcato, ma come dice Dilar Dirik, nessun* si chiede quando e dove è nato storicamente o, peggio, si nega.

Il patriarcato non è naturale. Ha avuto un’origine o più origini, che poi sono confluite a determinare quel sistema sociale in cui gli uomini detengono il potere, l’autorià morale, il dominio, all’interno della famiglia e non solo.

Secondo Sylvia Walby il patriarcato è un sistema di strutture sociali interconnesse tra loro che permettono agli uomini di sfruttare le donne e, anche se non è esplicitamente stabilito dalla loro costituzione o dalle loro leggi, la maggior parte delle società contemporanee sono, in pratica, patriarcali 2Occorre prenderne coscienza ed agire.

Ecofemminismo, quindi, come chiave interpretativa per fare la cosa giusta.

https://vimeo.com/259609846?from=outro-embed

https://vimeo.com/257067497?from=outro-embed

Le società organiche

Ma cosa c’era prima del Patriarcato? Quale struttura ed organizzazione sociale? Molti studi suggeriscono la presenza di società egualitarie.

Bookchin dedica molti dei suoi scritti a queste società preletterate, caratterizzate da mancanza di coercizione, da spontaneismo ed egualitarismo. Società formatesi per l’innato bisogno umano d’associazione, di interdipendenza e mutuo appoggio. Società in sintonia con la natura3.

Molte di queste società arcaiche erano matricentriche … o matriarcali o matrifocali4.

Secondo gli studi della Abendroth le società matriarcali si fondano sull’uguaglianza, che non vuol dire livellamento delle differenze (le differenze naturali, che esistono tra i generi e tra le generazioni, vengono rispettate e onorate), ma tali differenze non vengono mai utilizzate per creare delle gerarchie; a livello economico si fondano sulla circolarità dei beni, piuttosto che sull’accumulazione; a livello sociale, oltre che caratterizzarsi come società di discendenza in linea femminile e su una paternità sociale, sono organizzate in clan estesi (almeno 3 generazioni), finalizzati al mutuo appoggio e donne e uomini possono scegliere liberamente le loro relazioni amorose; a livello politico le decisioni vengono prese esclusivamente secondo il principio del consenso, vale a dire all’unanimità; a livello religioso, su riti in sintonia con la natura, caratterizzati dai cicli andata-ritorno (astri, stagioni, vita, morte), senza separazione tra le creature e siccome tutto, nel mondo, è divino, le culture matriarcali non conoscono la distinzione tra sacro e profano5.

L’emergere del dominio e della gerarchia: la gerontocrazia e il dominio sulla donna

La gerontocrazia, a giudizio di Bookchin, è stata la prima forma di gerarchia ed il primo caso in cui la conoscenza di dati e delle tecniche di sopravvivenza sono diventate territorio esclusivo degli anziani dei villaggi.

Anche il ruolo della donna, dapprima paritario (vedi il culto della dea madre), è franato in posizione subalterna rispetto allo status dell’anziano saggio.

La gerarchia è entrata a far parte integrante dell’inconscio e le classi sociali diventano l’aspetto più rilevante di un’umanità conflittuale e divisa.

Il dominio sulla natura, la naturalizzazione della donna e la sua deumanizzazione

Anche il Dominio sulla natura è lo sfondo ontologico del dominio di classe e statale, che, nella nostra società, ha dato luogo a dispositivi onnipervasivi. Il principio regolatore e morale maschile, così come domina la natura, domina la donna che, in quanto gerarchicamente subalterna, viene “naturalizzata”…

Gli epiteti, tutti di ambito animale, hanno continuato a scorrere come un fiume in piena: civette, capinere, cagne, galline, gatte, falene, libellule, farfalle, tope, gazzelle, balene, tigri, oche, conigliette, mantidi, vampire, vacche ecc.

Sul genere e la scienza

L’accesso alla conoscenza ed alla scienza è riservato agli uomini. Narrare la storia della conoscenza è il modo migliore per capire come si sia consolidato il dominio maschile sulla donna e sulla natura.

Prima che ci fossero le epistemologie femministe e i Gender Studies, tutto questo discorso sulla conoscenza veniva concepito come oggettivo e universale … in realtà, i più recenti studi hanno messo in luce come, invece, si tratta di saperi situati, poiché c’è sempre un soggetto che conosce qualcosa che viene conosciuto, ovvero la natura, ma il soggetto che conosce non è neutro, è sempre stato caratterizzato dal genere maschile e questo ha lasciato un’impronta anche nel tipo di scienza che si andava configurando e sviluppando.

La narrazione è sempre stata androcentrica, da Platone a Bacone, attraverso la sfida degli alchimisti vs meccanicisti, fino alla scienza ed alla tecnologia di oggi.

La metafora sessuale onniprensente è già un marchio.

Platone: La razionalità rende possibile la conoscenza; essa è presente nella mente umana e nelle regolarità della natura. La conoscenza è prerogativa della relazione maschile allievo-maestro. L’irrazionalità imbriglia la mente umana; irrazionalità e caos sono femminili ed ostacolano la conoscenza.

Bacone: il primo a dare efficacemente sostanza all’equazione fra conoscenza scentifica e potere; il primo a fissare come finalità della scienza il dominio sulla natura.

Per arrivare ai giorni nostri cito ancora Odifreddi che è un insigne logico-matematico e divulgatore, che si allinea dentro questo insieme di valori a cui abbiamo accennato e interviene criticando l’assegnazione della Medaglia Fields, uno dei maggiori riconoscimenti dati ai matematici che di recente è stato assegnato all’iraniana Maryam Mirzakhani. L’articolo, intitolato Il talento delle donne per la scienza, fa riferimento a questo riconoscimento parlando di una progressione discendente, che sembra indicare come l’attitudine femminile sia direttamente proporzionale alla concretezza e indirettamente proporzionale all’astrazione quindi, anche lui, è come se volesse sostenere che lo spirito maschile è proprio della trascendenza … mentre quello femminile rimane legato all’immanenza.6

Fox Keller: “nella scienza si fondono in un tutto unico l’umana conoscenza e l’umano potere …”; “sono venuto invero a condurre a te la Natura con tutti i figli suoi, per vincolarla al tuo servizio e farne la tua schiava …”; “l’antica scienza è rappresentabile come un modesto parto femminile, passivo, debole, titubante, mentre ora è nato un maschio, attivo, virile, generativo …” 7

E dalla scienza si sviluppa la tecnologia

Infine dalla scienza si evolve la tecnologia (pur essendoci un complesso legame fra scienza e tecnica) che porta in sé, intrinsecamente, il dominio sulla natura … la scienza è la ricerca del perchè e la tecnologia la ricerca del come …

Da questo tipo di premessa si sviluppa una scienza con una forte impronta di tipo maschile e da ciò consegue anche un certo tipo di tecnologia … Per quanto il rapporto tra scienza e tecnologia sia abbastanza complesso, la tecnologia che viene messa a punto è spesso una tecnologia che va a sfruttare e a piegare la natura, pensiamo per esempio al motore termico rispetto a quelli che sono i motori biologici e quindi ci troviamo con il motore termico, che ha completamente devastato l’ambiente e ha sfruttato e consumato le risorse prodotte dal motore biologico, quello della fotosintesi e del ciclo vitale, che è sempre esistito. Ci troviamo quindi, a tutt’oggi, a fare i conti con il risultato di una tecnologia che, a sua volta, è frutto di una ricerca scientifica improntata al maschile.

Portanza ambientale

La crisi ecologica è certificata dal cambiamento climatico come risultante di inquinamento e conseguente effetto serra. Un altro problema enorme, ma ancora tabù, è la portanza ambientale per quel che riguarda la popolazione. Il pianeta non potrà reggere la presenza prevista per i prossimi 50 anni di 9 miliardi di persone. Occorre intervenire sulla demografia e sulla distribuzione delle risorse a partire da una certezza: il picco di tutto (petrolio, terreno, cibo, minerali rari, api ecc.).

L’ecofemminismo: le componenti – la nostra ricetta

La necessità fondamentale è di agire alle origini del sistema del dominio.

Partiamo da una breve definizione di Femminismo: Femminismo, movimento di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne; in senso più generale, insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica (Treccani).

A tutt’oggi il femminismo non può prescindere da un discorso ecologico; un discorso ecologico, cioè la prospettiva di una società “in sintonia con il resto della natura”, non può prescindere da un discorso femminista cioè di non discriminazione verso le donne e nessuno dei due può prescindere da un contesto politico coltivato al di fuori dello stato.

Oggi non possiamo esimerci dal fare i conti con tutto questo … per noi questo cosa significa? Se noi riconosciamo che la società del dominio è una società patriarcale, che si è fondata e si fonda anche oggi, per moltissimi aspetti, sullo sfruttamento delle donne, pensiamo anche solo al gap lavorativo dove, a parità di mansioni, la donna viene retribuita di meno, da ciò deriva che se noi dobbiamo coltivare un pensiero che sia di liberazione e di affrancamento da queste logiche di dominio, dobbiamo pensare in termini sia femministi che ecologici. Però, questo, non è sufficiente e qui faccio un rapido excursus sui vari tipi di femminismo di cui si sta parlando in questi ultimi anni … dagli anni ’80 … quando noi abbiamo lanciato questo tipo di discorso non esistevano collettivi che si caratterizzassero in questo senso, invece in questi ultimi anni sì … un po’ perché la crisi ecologica è diventata più evidente, un po’ perché il femminismo storico ha esaurito la sua spinta, inoltre il femminismo storico non è mai stato qualcosa di monolitico, ma ha sempre avuto tantissime caratterizzazioni e sfumature.

Esistono tanti femminismi ma anche tanti ecofemminismi

1 – con una prospettiva istituzionale: c’è l’Ecofemminismo che viene rilanciato da Laura Cima, che è stata parlamentare all’interno dei Verdi (che non esistono più come entità politica) e ha fatto uscire un libro sull’Ecofemminismo in Italia8, dove racconta come, all’interno dei Verdi, del partito del sole che ride, dei Verdi arcobaleno … le donne che si impegnavano in quel contesto politico avevano tentato di introdurre le istanze del femminismo di quel periodo che lei chiama Ecofemminismo … però non si tratta di un Ecofemminismo che noi possiamo condividere per la sua impronta partitica e istituzionale.

2 – con una prospettiva che prende le mosse dalla situazione dei “paesi in via di sviluppo”, terzomondista: c’è un altro Ecofemminismo, interessante, quello portato avanti da Vandana Shiva, che prende le mosse dalle lotte delle donne e degli agricoltori in India e che contesta le coltivazioni intensive gli OGM.

3 – con una prospettiva accademica: c’è ancora l’Ecofemminismo che si insegna all’interno degli ambienti universitari, dove sono stati avviati molti corsi e tesi di laurea, ma si tratta di teorie che rimangono prevalentemente sulla carta.

4 – con una prospettiva movimentista: c’è un altro aspetto nell’Ecofemminismo che è quello che ha effettuato la saldatura tra il femminismo, l’animalismo e l’eco-veg-femminismo.

Una dimensione politica anarchica

Per completare un pensiero ecofemminista, come lo intendiamo noi, manca, però, la dimensione politica anarchica o comunque libertaria, indispensabile per poter coltivare l’Ecofemminismo al di fuori dello stato, che è il pilastro della gerarchia e del dominio.

Femminismo-ecologia-anarchismo sono in relazione tra loro attraverso tutti i temi che stanno intorno.

Non bastano il femminismo e l’ecologia, c’è bisogno anche di un contesto politico all’interno del quale portare avanti il discorso e pensare a delle azioni. Per noi il contesto politico si deve evolvere all’esterno di un contesto statale, perché non possiamo pensare di scardinare la società del dominio dentro una logica statale, con dei confini, con delle frontiere (il problema delle migrazioni, il rafforzamento del controllo dei confini, eccetera, eccetera).

I/le kurdi/e lo hanno forse capito?9 La Jinealogi?10

Un pensiero bioregionalista

Dobbiamo piuttosto evolvere un “pensiero Bioregionalista”. Solo in questo contesto l’Ecofemminismo può prendere slancio, perché se c’è un ragionamento ecologico, deve essere fatto sul territorio in cui si vive; se dobbiamo ripensare, per esempio, l’agricoltura, la dobbiamo ripensare nel luogo in cui siamo … e, in parte, anche le lotte per il clima … in fin dei conti si ripropone sempre il vecchio slogan “pensare globalmente e agire localmente”, ovvero in un contesto che, per noi, deve essere libertario. Questo è proprio quello che manca nelle altre declinazioni di Ecofemminismo anche se, da lì, possono arrivare dei contributi interessanti. Questo è il “nostro” Ecofemminismo … è un esercizio di pensiero complesso, perché, d’altra parte, la realtà è complessa.

Linguaggio performativo

Non è solo una questione di rivendicazione, certo, non vogliamo più l’oppressione, lo sfruttamento … vogliamo ovviamente l’autodeterminazione delle donne, tutti temi che sono sempre stati importanti all’interno del femminismo, ma se la realtà è complessa e presenta problemi enormi, noi dobbiamo cercare di elaborare un pensiero adeguato alla realtà, per esempio possiamo citare il caso del sessismo nel linguaggio. Qualcosa che si è sedimentato nel nostro cervello, che ci consente di parlare, ma mentre parliamo creiamo anche delle immagini dei soggetti, nel senso che il linguaggio è performativo, quindi la caratterizzazione di genere all’interno del linguaggio è un altro degli aspetti da prendere in considerazione11. Da qualsiasi angolazione si guardi la realtà, la violenza sulle donne, la procreazione attraverso le nuove tecnologie riproduttive, le tecnologie in agricoltura … tutte queste cose richiedono un pensiero abbastanza articolato, perché sappiamo da dove queste cose derivano … Mi ha colpita molto una pubblicità della Rai, che sta programmando alcune lezioni sulla psicanalisi; nella pubblicità c’è una voce maschile che dice “non basta uno spermatozoo per fare un padre, non basta un utero per fare una madre …”; questa pubblicità mi rimanda una figura dello spermatozoo e dell’utero come se il contributo alla persona e alla vita che si deve formare, da parte della madre, fosse solamente l’utero, cioè il contenitore e non l’ovulo, con tutta quella parte di DNA materno che presuppone. Questo rende bene il carattere performativo del linguaggio, infatti, per secoli e secoli, si è pensato che la donna fosse solo un contenitore e che la madre non desse un contributo più sostanzioso di DNA; tra l’altro, ne mette anche di più12; un esempio di linguaggio che non nomina e che esclude, cancella. C’è un linguaggio maschile, universale … come quando si dice “tutti” per comprendere anche le donne, ma senza nominarle. Sono tutti i retaggi del dominio che noi ci portiamo dietro dall’origine, dalla fine delle società organica e dall’origine della società del dominio.

In sintesi

Esiste un contesto ecologico, ovvero le basi ed il substrato della vita, in cui il soggetto (femminismo) elabora la sua liberazione e costruisce i suoi progetti di vita al di fuori della logica del dominio (anarchismo). Da qualsiasi di questi tre poli noi prendiamo le mosse, con qualsiasi argomento, ci ritroviamo collegati a tutto il resto.

L‘Ecofemminismo è un po’ un esercizio di pensiero complesso, che, per agire nella realtà, deve anche semplificare, ma in modo cosciente.

Luogo di enunciazione, prospettiva di genere, genere performativo, sapere situato …. sono gli enunciati che abbiamo imparato ad usare e che collocano il soggetto nella sua ontologia rispetto alla realtà dell’intorno.

Questa è la base per poter pensare-progettare una realtà migliore di quella nella quale siamo immers*; in sintesi per “fare la cosa giusta”.

Perchè EcoFemminismo e non AnarcoFemminismo?

Perchè l’emergenza ambientale ci obbliga a ragionare in termini ecologici; sia per una questione di complessità [ecosistemi-energia] che di interrelazioni [reti-retroazioni]. Se l’obiettivo è una società umana più equa, che si sviluppi su una base di giustizia sociale e di assenza di discriminazione [una società anarchica], non ci si può arrivare senza un ragionamento di tipo “ecologico”. Non solo per sanare il distorto rapporto con la natura (di sfruttamento), ma anche perchè dobbiamo riconoscere che, dal punto di vista evolutivo, la nostra è, comunque, una specie derivante da essa, evoluta in forma autocosciente (una specie parlante dotata di linguaggio complesso-simbolico), ma che ne mantiene il retaggio.

1Di seguito il video integrale dell’intervento sull’Ecofemminismo tenuto nel 2018 da Marinella Bragagnini presso la Libreria Friuli di Udine. Evento e riprese a cura del Collettivo Korovev: https://www.facebook.com/collettivokorovev/videos/1896925363881437

2WALBY Sylvia, Theorizing patriarchy, Basil Blackwell Ltd, Padstow 1990.

3BOOKCHIN Murray, L’ecologia della libertà, Edizioni antistato, Milano 1984 (1982).

4Prima di parlare delle caratteristiche delle società matriarcali è bene puntualizzare il concetto di matriarcato, citando le parole di Abendroth: “Fino ad oggi l’idea che questa parola esprime è risultata del tutto inesatta e approssimativa, poiché priva di una definizione adeguata o spesso assente e ciò ha generato fraintendimenti e costanti distorsioni. Matriarcato, contrariamente alla Vulgata, non è equiparabile al termine patriarcato, che significa dominio o regola dei padri. Tradurre matriarcato come dominio o regola delle madri è sbagliato non solo dal punto di vista strettamente linguistico, ma anche sul piano fattuale, poiché in greco archè significa sia dominio che incipit, inizio, origine … la traduzione corretta della parola matriarcato è quindi in principio le madri. Solo più tardi, quando nel quadro dell’ideologia patriarcale si è stabilito che il dominio è esistito fin dall’inizio della storia, la parola archè ha assunto il secondo significato, appunto quello di dominio.” ABENDROTH GOETTNER Heide, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale ed Europa, MIM Edizioni S.R.L., Milano 2023.

5ABENDROTH GOETTNER Heide, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale ed Europa, MIM Edizioni S.R.L., Milano 2023. Dal sito Dumbles: https://dumbles.noblogs.org/2023/10/28/la-nascita-del-patriarcato/

7Non sappiamo di preciso da quale testo siano state tratte queste citazioni, per cui segnaliamo alcuni saggi fondamentali di Evelin Fox keller presenti nella biblioteca di Marinella. FOX KELLER Evelyn, Sul genere e la scienza, Garzanti, Milano 1987; FOX KELLER, Vita, scienza & cyberscienza, Garzanti, Cernusco-Milano 1996; FOX KELLER, Il secolo del gene, Garzanti, Cernusco-Milano 2001; FOX KELLER, In sintonia con l’organismo. La vita e l’opera di Barbara McClintock, Lit Edizioni, Roma 2017.

8CIMA Laura-MARCOMIN Franca (a cura di), L’Ecofemminismo in Italia. Le radici di una rivoluzione necessaria, Il Poligrafico, Padova 2017.

9SANTI Norma -VACCARI Salvo (a cura di), La sfida anarchica nel Rojava, BFS, Pisa 2019; OCALAN Abdullah, La rivoluzione delle donne, Libertà per Abdullah Ocalan Ed., 2013; TODESCHINI Silvia (a cura di), La rivoluzione vista dalle donne, 2016.

10Su questo argomento come Dumbles abbiamo organizzato diversi incontri tra cui: https://www.facebook.com/events/561108136181602/?ref=newsfeed&locale=it_IT (18 giugno 2023); https://www.facebook.com/events/239624675803230/?ref=newsfeed (9 dicembre 2023). Segnaliamo anche questa interessante pubblicazione: Donne, etica e rivoluzione. Intervista alle compagne del Rojava. A cura di Infoaut.org, Radio Onda d’Urto, 2016.

11Dal sito Dumbles: https://dumbles.noblogs.org/2012/06/11/violenza-delle-istituzioni-la-lingua/

12Mitocondrio: organello della cellula contenente molte coppie di un tratto di DNA trasmesso solo per via materna. Il “DNA mitocondriale” viene trasmesso dalla madre ai figli e quindi è identico a quello della nonna materna, a quello dei nostri fratelli, delle nostre sorelle e dei figli delle sorelle di nostra madre… BARBUJANI Guido, Come eravamo. Storie della grande storia dell’uomo, Laterza, 2022.

Tepee Tal Parco 2024

Maggio 9th, 2024 by dumbles

Parlami terra: fammi sentire la tua voce

Febbraio 20th, 2024 by dumbles

 

 

 

 

 

 

 

di Giulia Spanghero

Tai Gjai 17 febbraio 2024

Parlami terra. Fammi sentire la tua voce.

Febbraio 10th, 2024 by dumbles

Medea

Dicembre 25th, 2023 by dumbles